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Le prime tre puntate

  Pubblicato il 08 Mag 2018  07:25
LA TERZA PUNTATA
Mercoledì 16 maggio - Ore 17,30

"Lieto di essere stato d'aiuto alla polizia".
"Lieto un corno! Se non mi dirà tutto quello che sa sul conto di Michele Borghese, le garantisco che il prosieguo della giornata sarà tutt'altro che allegro per lei", disse la iena.
Il sorriso con il quale si era presentato in commissariato Maurizio Moccia, il cronista che aveva scritto l'articolo su Borghese pubblicato dal quotidiano web "Napoli News", sparì dalle labbra sottili e ben disegnate del giovanotto. Capelli bruni tagliati cortissimi, occhi castani, naso regolare e dentatura perfetta, il 27enne Moccia corrispondeva perfettamente al prototipo del "soggetto ideale" con il quale il commissario avrebbe trascorso molto volentieri una serata speciale nel suo appartamento di via Leopardi. Era da circa tre anni che Arcangelo Noce non aveva un compagno. Da quando Pietro Goccia, 44enne primario di Ortopedia dell'ospedale di Portici, aveva deciso di mettere la parola fine ad una relazione che stava rischiando seriamente di farlo ricoverare al piano di sopra, nel reparto di Psichiatria. Per esaurimento nervoso. Noce, infatti, non apparteneva alla categoria di quelle persone che, intrattabili sul posto di lavoro, diventano dolci tra le mura domestiche. Era iena al 100%, senza soluzione di continuità.
Nemmeno l'avvenenza di Maurizio Moccia, molto gradita, aveva "ammorbidito" l'atteggiamento aggressivo di Noce, anche perchè sull'altro piatto della bilancia, quello delle cose particolarmente sgradite al commissario, c'era il tesserino color vinaccia di Moccia con la scritta "giornalista". Categoria che molto volentieri la iena avrebbe fatto sparire dalla faccia della terra.
"Tutto quello che so sta scritto nell'articolo", disse timidamente Moccia.
"Tutto quello che lei ha scritto non m'interessa. Io voglio sapere come e da chi ha avuto queste informazioni. E non mi venga a parlare di segreto professionale - aggiunse Noce - perchè io me ne fotto".
"E' stato un colpo di fortuna, commissario, una cosa assolutamente casuale. Io mi occupo da anni di pallanuoto, ma sul quotidiano web per cui lavoro la sparizione dell'arbitro è diventata subito di competenza dei miei colleghi della cronaca, che però nulla sono riusciti a trovare d'interessante. Perciò il "caso Borghese" si è immediatamente sgonfiato ed è entrato nel dimenticatoio. Fino a martedì sera. Fino a quando cioè non sono andato al "Drink & Jumping", un locale di via Partenope. Mi ci ha portato un mio collega, era la prima volta che ci mettevo piede. La cosa funziona così: se vuoi concludere la serata in compagnia di una ragazza, bastano 150 euro, che diventano il doppio se vuoi passarci tutta la notte. Io ho scelto la seconda soluzione e una ragazza bruna, che si è presentata come Pamela, ma Dio solo sa come si chiama per davvero. A mezzanotte e mezza mi ha condotto in una camera d'albergo e alle 8, quando ci siamo svegliati, l'ho portata a fare colazione in un bar del lungomare. Poi mi sono offerto di accompagnarla a casa in macchina, abita al Vomero, e così tra una chiacchiera e l'altra è uscito fuori che io faccio il giornalista e che mi occupo di pallanuoto. "Che combinazione!", mi ha detto lei, "nel nostro locale viene spesso un tizio che fa l'arbitro", e io me lo sono fatto descrivere. Ho capito subito che si trattava di Michele Borghese e, in cambio di altri 100 euro, mi sono fatto dire tutto quello che sapeva di lui. Mi ha detto che Borghese più volte è andato con lei, ma anche con altre ragazze che lavorano nello stesso locale".
"Senta - intervenne Noce -, ma mi ha preso proprio per un imbecille? Lei vuole farmi credere che una puttana ha preso caffè e cornetto con lei e si è fatta anche accompagnare a casa? E magari le ha presentato pure i suoi genitori...".
"Lo so che è strano, commissario, ma è andata proprio così".
"Adesso - disse la iena con voce calma e suadente - le racconto io un'altra storiella e le assicuro che è decisamente più verosimile della sua: c'è un giornalista che dice un sacco di stronzate alla polizia, ma il commissario si rompe i coglioni e lo sbatte in galera a calci nel culo. Cosa ne pensa?".
"D'accordo, commissario, le dirò la verità. In quel locale io non ci sono mai andato, mi ha raccontato tutto un ex giocatore di pallanuoto. Mi ha detto che più volte è andato a puttane con Borghese, ma non in un locale, in una casa di appuntamento sulla Domitiana, dalle parti di Villaggio Coppola. Io poi ci ho ricamato sopra e nell'articolo mi sono inventato la storia del night, ovviamente senza fare il nome del locale per evitare di prendere una querela".
Noce si alzò, piantò i palmi delle mani sulla scrivania e si sporse con aria minacciosa verso il giornalista: "Fuori il nome di questo ex giocatore!".
"La prego, commissario... Se glielo dico e si viene a sapere in giro, io mi sputtano per sempre. E rischio pure di essere radiato dall'Ordine dei Giornalisti".
"Peggio per lei, Moccia. Così impara a non scrivere stronzate. Ma si rende conto che non stiamo parlando più della sparizione di un arbitro? Qui c'è di mezzo un omicidio!", e gli sparò in faccia l'ultima frase con il massimo dei decibel a disposizione della sua voce.
Fu con un sussurro, invece, che Moccia tirò fuori il nome: "D'Antuono". Poi, prendendo coraggio, ribadì più chiaramente: "Si chiama D'Antuono, Roberto D'Antuono".
 
***

Giovedì 17 maggio - Ore 11,30
Mai prima di quel giorno qualcuno si era permesso di fare l'occhiolino al commissario Arcangelo Noce. Pietro Salomone, direttore della filiale della "Scheuler Bank" di Fuorigrotta, lo fece infinite volte, e senza correre il rischio di essere sbranato dalla iena.
Il tic all'occhio destro di Salomone era perenne. Era comparso nel 2006, dopo un incidente stradale nel quale aveva rischiato seriamente di rimanerci, e non lo aveva abbandonato più. Dopo aver provato inutilmente a liberarsene rivolgendosi a specialisti anche all'estero, aveva imparato a convivere sia con il difetto sia con le battute del 21enne figlio Andrea, che divideva con lui la passione per il biliardo: "Stai un po' fermo con quell'occhio, per favore, che devo buttare dentro l'8 nero".
Il gusto per la battuta di Andrea Salomone era ereditario. "Se non è qui per una rapina, cosa è venuto a fare da noi?", era uno dei cavalli di battaglia di Pietro Salomone quando riceveva in banca un nuovo cliente. Si guardò bene dal provarci con Noce in commissariato, fu serissimo nell'annunciare che "Michele Borghese è nostro cliente da quattro anni e tra conto corrente, azioni e fondi possiede un capitale di oltre duecentomila euro. Per la precisione 207.480".
"Può dirmi - chiese Noce - con quale frequenza Borghese effettua i versamenti?"
"Non ha mai versato un solo euro". E guardò il commissario come per sfidarlo ("Forza, vediamo se indovini come mai tiene tanti soldi"). Ma dall'altra parte non arrivarono domande e, un po' deluso, Salomone aggiunse: "Borghese giocava in borsa. Partendo da un capitale iniziale di duemila euro, nel giro di quattro anni è stato capace di centuplicarlo".
 
***
 
"Ho provato anch'io a giocare in borsa, commissario. Ho perso tutto e non ci ho provato più".
"Ecco perchè hai dimezzato le porzioni! E' così che vuoi rifarti della perdita, Elio?".
"Lo sa benissimo che le mie porzioni sono più che abbondanti. E poi in borsa ho perso soltanto duecento euro, ed è successo una decina di anni fa".
"Comunque sia - replicò la iena - oggi pretendo una dose extra di amaro, anche perchè con un solo bicchierino la vedo dura a digerire la tua parmigiana. Ma con che cosa l'hai fritta, con l'olio della tua Ford?".
"Invece di perdere tempo in sciocchezze, commissario, mi dica piuttosto come ha intenzione di procedere".
"Oggi pomeriggio parlerò con questo D'Antuono, l'ex giocatore che andava a puttane con l'arbitro. E speriamo di fare qualche passo avanti".
"Uno lo ha già fatto, mi sembra: con tutti i soldi che aveva in banca, Borghese di certo non si è rivolto a Spoto per un prestito. Mi sa tanto che non è stato lui ad ammazzare lo strozzino".
"Mi sa tanto anche a me", disse la iena.
 
***
 
LA SECONDA PUNTATA
Ferdinando Barbato stava esaminando il cadavere con la consueta pazienza e perizia e con un mal di testa lancinante. Prezzo che il corpulento medico legale pagava puntualmente ogni qualvolta si dedicava alla sua attività fisica preferita, che richiedeva l'uso di un solo arto, il braccio, nella fattispecie quello sinistro: Barbato era mancino.
L'attività fisica preferita di Barbato consisteva nell'affondare un cucchiaio dentro una vaschetta di gelato al cioccolato fondente e nell'indirizzare il contenuto nel vano immediatamente al di sopra del mento. Nel suo caso l'operazione si ripeteva una trentina di volte, fino all'esaurimento del mezzo chilo di gelato contenuto nella vaschetta.
All'operazione, dopo cena sul divano del soggiorno, e davanti alla tv, partecipava anche la 19enne figlia Teresa, con variazioni sul tema: il suo gelato era alla vaniglia e Teresa non era mancina, inconveniente che richiedeva un particolare accorgimento per evitare spiacevoli scontri: era Ferdinando Barbato ad occupare la parte sinistra del divano, che in sede di acquisto portava la dicitura "per tre persone". A casa Barbato, tuttavia, gli occupanti potevano essere soltanto due: Ferdinando+Teresa=200 chili circa, una somma che categoricamente escludeva dal divano Eva Carotenuto in Barbato, la moglie del medico legale, l'unica normodotata della famiglia.
Seduta in poltrona, e senza gelato, fu proprio Eva a dare l'annuncio alle 23,54 di martedì 15 maggio: "Ferdinando, sta suonando il tuo cellulare". Non era sordo il medico legale, anzi possedeva un udito eccellente, ma il suo cervello si stava rifiutando di accettare l'esistenza della suoneria. E per due motivi:
1. Il film che i Barbato stavano seguendo era di suo ampio gradimento.
2.  Ferdinando Barbato sapeva benissimo che la telefonava annunciava la necessità della sua presenza sul luogo di un delitto. Oppure di un suicidio, non faceva differenza.
Il mal di testa post-gelato, dovuto alle non proprio impeccabili transaminasi del medico legale, compariva invariabilmente trequarti d'ora dopo il termine della degustazione. Stavolta il suo "Eccolo, è arrivato, porca troia!" perlomeno non fu seguito dal consueto "E' mai possibile che debba rimpinzarti in questo modo?" di sua moglie, impegnata con la figlia a gustarsi la conclusione del film mentre il marito esaminava il cadavere nell’appartamento al sesto pano di via Morghen 64. Il corpo era nella camera da letto, disteso longitudinalmente accanto all'ingresso del bagno. La vittima indossava un paio di pantaloni neri e una camicia bianca inzuppata di sangue.
Fuori dalla stanza del delitto c’era la fila. Gli uomini della scientifica attendevano pazientemente il loro turno.
Investigatori, Medico legale, Scientifica: questo il consueto ordine d’intervento sulla scena del delitto. Ma Noce in questo caso retrocesse in ultima posizione: la denuncia dell’accaduto era stata raccolta dal commissariato logisticamente responsabile (quartiere Arenella-Vomero) diretto dal vice questore Antonio Riccio. Era stato lui ad avvisare Arcangelo Noce dell’accaduto.
“Mio figlio gioca a pallanuoto, ho seguito con molta curiosità il caso dell’arbitro scomparso e, quando mi hanno comunicato l’indirizzo della vittima, ho collegato immediatamente le due cose”, spiegò Riccio a Noce. Sul lato destro del collo aveva una lunga cicatrice, souvenir di una coltellata ricevuta tre anni addietro. Riccio ne andava fiero e sperava che il collega gli chiedesse come se l’era procurata, ma l’interesse della iena per le cose non strettamente legate al suo lavoro era pari a zero. Le uniche notizie che voleva da Riccio riguardavano l’arbitro: “Come è stato ucciso Michele Borghese?”.
“Ma guarda che non è lui la vittima”, gli rispose.
 
***

“In parole povere, ho fatto una figura di merda”, disse ad Elio il giorno dopo in trattoria. “Ero convinto che si trattasse del’arbitro, l’indirizzo era lo stesso: via Morghen 64. Quando sono arrivato sul posto non ho guardato la targhetta sulla porta, sono entrato direttamente nell’appartamento e nel corridoio d’ingresso ho incontrato Riccio che mi aspettava".
 
***

“Borghese – spiegò Riccio a Noce - abita nell’appartamento accanto, il n. 14. L’uomo che è stato ucciso, invece, si chiamava Silvio Spoto, aveva 66 anni ed era una nostra vecchia conoscenza: lo chiamavano “l’avvocato” perché era laureato in giurisprudenza, ma in tribunale c’è entrato soltanto come imputato. Prestava denaro ad usura e otto anni fa fu condannato a tre anni di reclusione in seguito ad una denuncia. Stavolta gli è andata molto peggio”.
“E’ stato tramortito a calci e pugni, poi l’assassino lo ha finito sbattendogli più volte il capo sul pavimento”, precisò il medico legale e  aggiunse: “Ad occhio e croce la morte risale a quattro-cinque giorni fa”.
“Borghese è sparito sabato scorso, i conti tornano”, sentenziò Riccio. “Io la vedo così: l’arbitro si fa prestare i soldi da Spoto ma non riesce ad onorare l’impegno. Quando lo strozzino si fa vivo per esigere il suo danaro, nasce una discussione e Borghese lo ammazza. Poi sparisce dalla circolazione”.
Ma a casa di Michele Borghese nulla indicava una fuga improvvisa dell’arbitro. Tutto era perfettamente al suo posto in un appartamento arredato con gusto e mobilio di non poco valore. Nell’armadio in camera da letto Noce e Riccio trovarono abiti e camicie firmate, nel cassetto del comodino contanti per un totale di oltre 800 euro. E il portiere dello stabile, che li aveva accompagnati durante il sopralluogo, completò il quadro con un “mai avuto problemi per la riscossione delle quote condominiali. Nessuno in questo palazzo è puntuale come lui”.
Era stato proprio il portiere, Carmine D’Auria, a scoprire il cadavere e ad avvisare la polizia. “Tutte le mattine Spoto esce alle 9 precise, va ad acquistare i giornali e si siede a fare colazione nel bar di fronte al portone, dove rimane fino alle 11. Poi rientra a casa. Sabato mattina non l’ho visto uscire, e nemmeno lunedì e stamattina. “Avrà l’influenza”, ho pensato, ma questa sera, mentre stavamo guardando la televisione, mia moglie mi ha messo una pulce nell’orecchio: “Non ti sembra strano?”.
“Strano cosa?”, chiese Noce.
“Quando Spoto non sta bene, si fa portare i pasti dalla tavola calda dove va a mangiare tutti i giorni a pranzo e a cena. Ma in questi giorni nessuno è salito da lui. “Vai a vedere se ha bisogno di qualcosa”, mi ha detto mia moglie. Le ho fatto presente che erano 22.30, ma lei non mi ha dato tregua. Sono salito al quarto piano, ho bussato al campanello e, non ricevendo risposta, sono tornato a casa e ho preso le chiavi. Il resto lo potete immaginare”.
“E Borghese? Quando l’ha visto l’ultima volta?”, chiese Riccio.
“Ora che mi ci fa pensare, anche lui non lo vedo da vari giorni. Adesso chiedo a mia moglie”, e dopo una breve telefonata il portiere confermò: “Non l’ha visto neppure lei”.
 
***
 
“Mi faccia capire…”, chiese Elio alla iena mentre versava il caffè. “Abbiamo uno strozzino che viene ucciso e un arbitro di pallanuoto che sparisce dalla circolazione e nessuno ha visto o sentito qualcosa in quel palazzo?!”.
“Proprio così”, rispose la iena e guardò storto il suo amico ristoratore. “E’ amaro, Elio. Quante volte te lo devo dire che il caffè mi piace molto zuccherato?”.
“Diciamo pure, commissario, che a lei piace lo zucchero con un po’ di caffè dentro. Prima o poi le verrà il diabete”, e versò un altro cucchiaino di zucchero nella tazzina della iena.
“Prima o poi mi verrà l’ulcera perché non capisci niente, Elio. Ti ho già detto che al quarto piano ci sono soltanto due appartamenti: quello dell’arbitro di pallanuoto e quello dello strozzino. E ti ho detto pure che si tratta di un palazzo antico, di quelli con le mura belle spesse. E poiché è molto probabile che l’assassino sia lo stesso Borghese, il tutto si è consumato al quarto piano senza l’intervento di altre persone”.
“D’accordo – obiettò Elio -, ma è mai possibile che in questi giorni nessuno si sia presentato a casa di Borghese o di Spoto?”.
“Possibile sì”, rispose la iena. “Borghese vive da solo e - da quello che sappiamo finora sul suo conto - non frequenta nessuno. Non aveva conviventi neppure Spoto e, con il mestiere che faceva, sicuramente neppure amicizie... E piantala con quel cellulare, Elio! Lo sai che vado in bestia quando le persone trafficano con quel maledetto aggeggio mentre sto parlando”.
“Io non sto trafficando, sto vedendo soltanto cosa dice il web sul delitto… Guardi un po’ qui”, e mostrò al commissario il titolo di un quotidiano telematico: “Le due vite di Michele Borghese: arbitro di giorno, puttaniere di notte”.
 
***
 
LA PRIMA PUNTATA
Sabato 12 maggio - Ore 17,30
"Hai mai giocato in questa piscina, mamma?".
"Certo, Piccolo Brian". Si chinò verso di lui affettuosamente e baciò la testolina bionda".
"E papà?".
"Anche lui, tantissime volte".
"L'ultima volta quando è successo?".
"L'ultima volta mia o di papà?".
"Tua", e cinse in un abbraccio la mamma come per dirle: "Da quando papà è andato via, l'unica persona che conta per me sei tu".
"Fammici pensare, Piccolo Brian. E' passato tanto tempo".
Quasi dieci anni, ma Sara Bellisario, ex portiere della Rari Nantes Partenope e della nazionale, continuava a calamitare sguardi di ammirazione e desiderio. "Misericordia, Sara, sei uno schianto!", gli aveva detto il suo ex presidente davanti al cancello d'ingresso della piscina Scandone. "Anch'io la trovo bene, e la ricordo con grande affetto", aveva risposto Sara con una bugia dalle gambe decisamente più corte delle sue, che le permettevano di sovrastare il suo ex presidente di una decina di centimetri. "Cuore di topo", così lo chiamavano Sara e le sue compagne ai tempi della Rari Nantes Partenope.
Piccolo Brian, anni 7, era la copia in miniatura del padre, Brian Leef senior. Centroboa statunitense, aveva giocato in varie formazioni della massima serie italiana, aveva sposato Sara e quattro anni dopo la nascita del figlio li aveva piantati per tornarsene negli States, dove si era fatto un'altra famiglia.
Da allora Piccolo Brian era diventato l'unico uomo nella vita di Sara Bellisario. Segretaria in un importante studio legale di Napoli, ogni tanto tornava alla Scandone quando c'era una partita di cartello.
Era derby, stavolta. Canottieri Napoli e Posillipo già in acqua per lo scioglimento, palla al centro alle 18. "Lo vedi quello lì con la maglia azzurra, Piccolo Brian? E' l'arbitro, si chiama Paolo Cortese, ha arbitrato tantissime volte le mie partite".
"Ma non avevi detto che gli arbitri erano due? Io ne vedo uno solo".
"Già, hai ragione. Forse l'altro è ancora negli spogliatoi. Strano, però: mancano meno di quindici minuti all'inizio della partita".
Cortese, anni 52, napoletano, arbitro internazionale, con un colpo di fischietto invitò le squadre ad uscire dall'acqua. I giocatori indossarono gli accappatoi ed assieme all'arbitro si allontanarono dal piano vasca entrando nel salone antistante gli spogliatoi. "Ma perchè se ne vanno?", chiese Piccolo Brian. "Non preoccuparti, tornano subito. Sono andati a fare il riconoscimento". E, anticipando la domanda del  figlio, Sara aggiunse: "E' un po' come a scuola, l'arbitro fa l'appello per vedere se tutti i giocatori sono presenti. L'ho fatto anch'io tantissime volte. Non appena il riconoscimento è finito, i giocatori rientrano sul piano vasca e in fila indiana vengono proprio qui sotto a noi, salutano il pubblico e si fermano ad ascoltare la lettura delle formazioni".
"Ma non è così, mamma, ti sei sbagliata!".
I giocatori di Canottieri Napoli e Posillipo, dopo essere rientrati, si avviarono verso l'altro bordovasca e raggiunsero le rispettive panchine.
"Non capisco - disse Sara -. Evidentemente c'è qualcosa che non va".
Cortese guardò l'orologio, erano le 17,54. Si avviò verso il tavolo della giuria e andò a parlare con il commissario di campo, Giorgio Mannino. Prima di diventare delegato, anche lui era stato un direttore di gara internazionale e spesso aveva arbitrato assieme a Cortese.
"Mi sa tanto, Piccolo Brian, che l'altro arbitro non c'è".
"E se non arriva cosa succede, mamma?".
"Con un arbitro solo la partita non può cominciare. Ma vedrai che tra poco arriva".
 
***
 
Martedì 15 maggio - Ore 16
"Lo abbiamo aspettato fino alle 18.30.  Poi abbiamo informato la federazione ed è stato mandato un altro arbitro a dirigere la partita assieme a Cortese".
Giorgio Mannino, il commissario di campo del derby Canottieri Napoli-Posillipo, era seduto di fronte al vice questore Arcangelo Noce, dirigente il commissariato di Fuorigrotta.
La iena.
Un soprannome guadagnato  a pieno diritto con anni di maltrattamenti nei confronti dei subalterni. Marchigiano di San Benedetto del Tronto, Noce era stato trasferito a Napoli nel 2010 e da allora aveva resistito ai continui tentativi dei sindacati di liberarsi di lui. Per un semplice, unico motivo: "Sarà un pezzo di merda, sarà tutto quello che volete, ma in tutta la mia carriera non ho mai visto un poliziotto abile come lui", rispondeva il questore a chiunque chiedesse perchè continuava a sopportare Noce.
Non era l'unico, nell'ambiente della polizia. Donatella Dell'Angelo, il vice di Arcangelo Noce, la pensava come il questore. "Vedi, Walter, ci sono dei momenti in cui gli fracasserei volentieri la testa, perchè è davvero l'uomo più detestabile che abbia mai conosciuto, ma il più delle volte rimango impietrita davanti alla sua bravura".
Walter, titolare di un salone di bellezza, era il marito di Donatella Dell'Angelo. Erano in viaggio di nozze alle Canarie e Noce, in un colpo solo, aveva perso il suo vice e l'unica persona di cui si poteva fidare ciecamente in commissariato, dove un giorno si e un giorno no gli imbianchini rimuovevano dalle porte dei cessi i messaggi di "stima" nei confronti di Noce. Si andava dal più articolato "Questo qui dovrebbe essere il tuo ufficio, perchè sei una merda", al breve e realistico "Brutto frocio". Piccolo, magro come un acciuga, pochi capelli neri portati all'indietro e lineamenti spigolosi, il commissario Noce non era un prototipo di bellezza. Ed era gay.
"Mi dica una cosa, signor Mannino: come mai è venuto lei a denunciare la sparizione di Michele Borghese?".
"E' stato il gruppo ufficiali gara della federazione a darmi l'incarico. Michele non ha famiglia, commissario. E' un trovatello. Ha vissuto fino a 18 anni in un orfanotrofio ai Camaldoli".
"E come mai è diventato arbitro?".
"Bella domanda... Io so soltanto che vent'anni fa si è presentato nella sede del gruppo ufficiali gara della Campania e si è iscritto al corso. Vede, Michele è una persona molto chiusa: non ha amici e non frequenta nessuno dell'ambiente arbitrale. Noi lo vediamo soltanto alle partite e alle varie riunioni degli ufficiali di gara".
"Dove lavora almeno me lo sa dire?".
"No, commissario, è un mistero. Da anni se lo chiedono tutti. Di certo non campa con quello che guadagna come arbitro. I nostri gettoni di presenza sono poca cosa, soprattutto se paragonati a quelli degli arbitri di calcio".
"Leggo qui dalla sua denuncia che Michele Borghese abita al Vomero, e precisamente in via Morghen 64. E' una zona residenziale, dove gli affitti non costano poco...".
Mannino allargò le braccia: "E che le devo dire, commissario?! Evidentemente ha vinto alla lotteria... Una cosa è certa: nessuno del gruppo ufficiali gara della Campania ha mai messo piede a casa sua".
"Che altro mi può dire di Borghese?".
"Niente, commissario. Sembra incredibile, ma è così".
 
***
 
"Hai presente un Ufo, Elio? Questo Michele Borghese è praticamente un essere non identificato. Nè più nè meno dello spaghetto con le cozze che mi hai fatto mangiare questa sera".
"Strano, perchè lei lo ha spazzato via a tempo di record, commissario".
"E' stata la fame, Elio. Non c'è altra spiegazione possibile".
"Strano anche questo. Oggi a pranzo lei si è fatto fuori un antipasto di mare, due porzioni di parmigiana di melanzane e tre cestini di pane".
"Non è colpa mia se i tuoi cestini sono miserabili. Falli più abbondanti e vedrai che me ne basterà uno solo".
Un siparietto, senza spettatori, che si ripeteva ogni sera quando tutti gli altri clienti erano andati via. Elio Parlato, titolare dell'omonima trattoria in via Lepanto a Fuorigrotta, era l'unico nome presente nella lista degli amici di Arcangelo Noce.
Amico e confidente. A fine serata, dopo aver messo il cartello "Chiuso" alla vetrina del locale, Elio ascoltava il resoconto giornaliero del commissario con avidità, difetto che peraltro non gli apparteneva. Primo, secondo, contorno e frutta, il tutto in porzioni abbondanti, nella sua trattoria si potevano mangiare con soli 12 euro.
"Prima che inopportunamente m'interrompessi, ti stavo dicendo di quest'arbitro. "Puff, improvvisamente è sparito. Da quattro giorni Michele Borghese si è praticamente dissolto".
Scrupolosamente ligio al regolamento fino alle 23.30, orario di chiusura della trattoria, Arcangelo Noce mandava a farsi benedire il segreto professionale non appena Elio, dopo aver girato la sedia, si metteva cavalcioni di fronte a lui con le braccia appoggiate allo schienale. Quasi coetaneo del commissario, Elio Parlato era una specie di gigante con una massa di capelli ricci, neri come il suo risotto alle seppie. Con Arcangelo Noce aveva una sola cosa in comune: la vita da single. Ma con frequenti visite di piacenti signore nel suo appartamento di via Lepanto, poco distante dalla trattoria.
"Ma la cosa più sorprendente - proseguì il commissario mentre sorseggiava una sambuca - è che questo Borghese non possiede nemmeno il cellulare, usa soltanto il numero di telefono dell'abitazione. Le convocazioni alle partite gliele mandano per posta elettronica, e Facebook - da quello che mi ha detto Mannino - non sa neppure cosa sia".
Anche la Iena detestava i social, ma considerava la tecnologia un alleato prezioso per la risoluzione dei casi, e, pur adoperando un vecchio Nokia che gli permetteva soltanto di telefonare e inviare messaggi, apprezzava in modo particolare i cellulari di ultima generazione che consentivano alla polizia di ripercorrere gli spostamenti di qualsiasi individuo.
Il Nokia di Arcangelo Noce suonò alla 23.52, proprio mentre il commissario stava facendo il suo approccio ad un'altra sambuca.
"Che cazzo è successo, stavolta?", rispose con il consueto garbo al centralino del commissariato di Fuorigrotta. Terminata la conversazione salutò Elio : "Devo andare, hanno ucciso un uomo".
Mentre la Iena tutto d'un fiato buttava giù la seconda sambuca, il ristoratore disse: "Vuoi vedere che si tratta dell'arbitro?".

 

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