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Waterpolo People

Le prime quattro puntate

  Pubblicato il 08 Feb 2018  18:47
LA QUARTA PUNTATA
"Commissario, è la seconda ragazza ammazzata in soli tre giorni, che ci può dire?" - "Si tratta di un serial killer?" - "Farete una conferenza stampa?".
Non era la prima volta che i giornalisti arrivavano prima di lui sul luogo del delitto. Era una cosa che lo faceva incazzare terribilmente. Ignorando le domande, Arnò fece lo slalom tra i cronisti e raggiunse Francese che lo attendeva davanti ai nastri di sbarramento piazzati dalla Polizia attorno al luogo del delitto. Venti metri più avanti, una accanto all'altra in un largo spiazzo in terra battuta, c'erano una Renault Twingo gialla e una Opel Adam bianca.
"E' stato il proprietario della Opel ad avvertirci. Abita a 50 metri da qui. Si chiama Aldo Como, è un vecchio pensionato. "Signor Como, venga qui, per favore".
Nel precipitarsi il vecchietto inciampò e, per non cadere sul selciato, si aggrappò a Francese in un goffo abbraccio, ancor più comico per via dell'abbigliamento del pensionato: sotto il soprabito, Como era in pigiama.
"Sono desolato, commissario", e Arnò non capì se le scuse erano dovute all'abbraccio oppure all'insolito abbigliamento. "Vede, io la sera prima di andare a letto mi faccio un bel sigaro cubano. Mia moglie non sopporta l'odore, purtroppo, e così vado a fumarmelo fuori sul balcone. Eccolo, e indicò il caseggiato giallo canarino, l'unico della zona: periferia di Busto, via Cosentini.
"Saranno state le 22,30 - proseguì Como -. Ho visto la Twingo e mi ha subito colpito il colore: tale e quale a quello di casa mia. Io lo odio, sono anni che cerco di convincere mia moglie a cambiarlo, ma non c'è stato verso. Però alla Twingo quel giallo sta bene... In macchina c'era soltanto lei, la ragazza: ho capito subito che era morta".
Francese  si voltò a guardare il caseggiato: "Ma saranno più di trenta metri, come ha fatto?".
"Sono stato pilota di linea - rispose con orgoglio Como -: una volta gi aerei non te li facevano guidare se non avevi una vista d'aquila. La vede la targa anteriore di quella volante? H8956".
Francese non vedeva nemmeno l'acca.
"Mi sono precipitato dentro casa, mi sono messo addosso il soprabito e, per fare prima, ho preso la macchina per arrivare qui. Purtroppo avevo visto bene".
"Ha notato qualcuno nelle vicinanze?", chiese Arnò.
"Tranne mia moglie, no. Era al balcone e urlava come una pazza: "Vieni via, è pericoloso, torna a casa" e altre scemenze del genere".
"Complimenti, lei è stato molto coraggioso", disse Arnò. Ammirazione che aumentò in maniera esponenziale quando Como gli disse: "Dopo aver visto che non potevo fare nulla per quella poverina, vi ho chiamato. Ma prima ho messo la mano sul motore, era ancora caldo".
"Può andare, signor Como. La ringrazio, lei c'è stato davvero utile". E strinse la mano al vecchio pensionato.
"Dovere, commissario. Ah, e adesso come faccio con la macchina?".
"Temo che per il momento dovrà lasciarla qui. L'avvertiremo noi quando potrà riprenderla".
"Certo... Però se torno a piedi a casa, ci stanno quelli... e io sono in pigiama".
Quelli erano i giornalisti. Non aspettavano altro che il commissario lasciasse andare Como per gettarsi sulla preda.
"Faccia come me, li ignori. E se continuano a tormentarla, li mandi a farsi fottere", disse Arnò.
 
***

La vittima era sul sedile anteriore sinistro, la bocca incollata al finestrino, gli occhi sbarrati avvolti dai lunghi capelli castani. "E' stata strangolata".
Arnò notò la radicale metamorfosi del medico legale. Il variopinto abbigliamento con il quale Giovanni Brossio si era presentato quella mattina in commissariato aveva lasciato il posto ad un sobrio completo blu. La morte esigeva rispetto.
"E' stata uccisa non più di un'ora fa, commissario. Cioè - e guardò l'orologio - intorno alle 23. Oltre alla "A" sul polso destro, anche stavolta apparentemente non ci sono altri segni di violenza, ma potrò dirle qualcosa di più preciso quando tireremo fuori il corpo dalla vettura. Vide lo sguardo di Arnò, appannato dal dolore, e gli sorrise dolcemente: "Non ci si abitua mai, vero?".
Francese portò un caffè ad entrambi. "L'ha fatto la signora Como, la moglie del pensionato. E' proprio brava gente".
"Ci voleva proprio, grazie".
Arnò detestava i bicchierini di carta. "Massacrano il sapore", diceva sempre, ma in quel momento, con l'umidità che gli stava entrando nelle ossa, quel caffè era una benedizione. Vide il procuratore Rossi che stava arrivando e gli porse il bicchierino: "Tieni, te ne ho conservato un dito".
"Un'altra pallavolista?", chiese Rossi.
"Non lo sappiamo ancora, ma a prima vista direi di sì. Sarà alta quanto me". Arnò superava di poco il metro e ottanta.
La conferma arrivò qualche minuto dopo: gli uomini della scientifica, che avevano preso il posto del medico legale nell'abitacolo della Twingo, trovarono sul sedile posteriore una borsa sportiva con gli indumenti di gioco del Busto Royal Team. Era una compagna di squadra di Betta Dellagro.
La vittima adesso era distesa sul selciato. Attorno a lei il medico legale stava effettuando gli ultimi rilievi prima che il corpo fosse portato all'obitorio. Francese, dopo aver preso i documenti dalla borsa della ragazza, si avvicinò al commissario.
Arnò estrasse il taccuino dal taschino anteriore della giacca e cominciò quell'auto-perquisizione che Giuseppe Francese conosceva benissimo. Accompagnata dal consueto "Dove l'ho messa?", si concludeva quando il vice commissario gli prestava la sua Bic.
"Si chiamava Veronica Nesti".
"V come Veronica", disse Arnò. Forse era quello il significato della V sul polso di Betta Dellagro. L'assassino voleva indicarci il nome della seconda vittima".
E adesso sul polso di Veronica Nesti c'era un A.
"Giuseppe, avverti subito il presidente del Busto Royal Team dell'accaduto e fatti mandare l'elenco completo di tutte le giocatrici della squadra".
 
***

Arnò rientrò a casa sabato notte, anzi domenica mattina: erano quasi le 5. Non sapeva se aveva più fame o più sonno.
Andò a vedere in cucina cosa gli aveva lasciato da mangiare Silvia per decidere cosa fare.
Frittata di maccheroni.
Non ebbe più dubbi, prese una Heineken ghiacciata in frigo e in meno di un quarto d'ora fece fuori quello che considerava in assoluto il piatto più buono della cucina tradizionale napoletana. Ricetta elementare, esecuzione semplicissima, aveva imparato a farla anche lui. E si chiedeva come mai in Lombardia molti non sapevano neppure cosa fosse.
Si chiedeva anche un'altra cosa, Arnò, mentre saliva le scale che dal soggiorno portavano alla camera da letto: perchè proprio di sabato? Premesso che non bisogna farlo mai, ma se proprio non puoi fare a meno di ammazzare qualcuno, perchè non aspetti il lunedì?
Arnò avrebbe trascorso buona parte della domenica in ufficio.
Quando entrò in commissariato, alle 15 del pomeriggio, davanti al centralino c'era un gruppetto di poliziotti che rideva: avevano tutti in mano il cellulare.
"Cosa c'è di tanto interessante?".
"Ci scusi, commissario...". I cellulari sparirono.
"Su, fatelo vedere anche a me il video di questa bella figliola, così vi do un giudizio".
Non era un video, e non si trattava nemmeno di una bella figliola. Era la foto di Francese abbracciato al pensionato in pigiama. L'aveva pubblicata la Pagina Facebook di un quotidiano di Varese".
"Francese l'ha vista?", chiese Arnò sforzandosi di mantenere un certo contegno.
"Credo proprio di sì", rispose un poliziotto, e lo fece con un espressione tale che il commissario dovette per forza cedere. E ridendo si avvio verso l'ufficio del suo vice.
"L'hai vista pure tu, eh?", disse Francese non appena il commissario varcò la soglia. "Sono diventato il poliziotto più famoso d'Italia... pochi minuti fa la foto ha superato le 100mila visualizzazioni".
La smorfia che accompagnò quella puntualizzazione fece capire ad Arnò che Giuseppe Francese non aveva gradito l'improvvisa notorietà.
Da sempre dissacratore dei social, da lui considerati stupidi e pericolosi, Arnò per una volta tanto ringrazio Facebook. Gli aveva fatto cominciare la giornata di lavoro con un sorriso. "Novità?".
"Ecco la lista delle ragazze del Busto Royal Team. Ce ne sono soltanto due con il nome che comincia per A: Alberta Fossi e Alessandra Sollero. Anche loro vivono nella foresteria dove è stata uccisa Betta Dellagro. Però c'è pure una Francesca Alessandrini".
"Giusto - approvò Arno -: non possiamo trascurare l'ipotesi che quella V possa indicare un cognome. Ammesso e non concesso che siamo sulla strada giusta...".
"Infatti - aggiunse Francese - la V e la A potrebbero significare qualche altra cosa, magari le iniziali di un nome... VA come Valeria, Valentina...".
Arnò rabbividì: per completare il nome, quante altre ragazze avrebbe dovuto uccidere l'assassino?
"Intanto - stabilì il commissario - mettiamo un poliziotto giorno e notte sotto il caseggiato che ospita la foresteria del Busto Royal Team e uno dove abita questa Alessandroni. E anche una macchina 24 ore su 24 all'ingresso del Palayamamay, il palazzetto dove gioca la squadra".
Mentre Arnò e Francese stabilivano come e quando portare la Polizia nel tempio della pallavolo di Busto Arsizio, la pallavolo piombò in commissariato. "Commissario - annunciò un poliziotto - qui fuori ci stanno un sacco di ragazze che chiedono di parlare con lei".
 
****
 
LA TERZA PUNTATA
 
Sabato 26 aprile - Ore 9,30
Busto Arsizio era avvolta da una splendida giornata di sole e Arnò, affacciato alla finestra del suo ufficio, avrebbe dato chissà cosa per essere assieme alla sua Silvia in quel momento. Addirittura sarebbe stato disposto ad accompagnarla al mercato di piazzale Bersaglieri.
Il commissario detestava andare per negozi e non riusciva a comprendere perchè la gran parte della gente spendeva il tempo libero a fare shopping, attività per lui assolutamente futile se le persone si limitavano a guardare le vetrine, decisamente dannosa se andavano oltre.
La sua Silvia andava molto spesso oltre. Aveva le mani bucate.
"Oggi non ho saputo resistere. Ho visto in vetrina una camicetta adorabile, la davano con il 30 per cento di sconto ("dopo aver maggiorato il prezzo del 70%", la correggeva ogni volta Arnò) e visto che mi trovavo ti ho preso pure questo maglione rosso che sicuramente ti starà un amore".
Arnò odiava il rosso.
Era rosso mattone il vestito dell'anziana signora che Francese fece entrare nell'ufficio del commissario.
"Signorina, prego. Mi chiamo Jasmine Borghi".
Chissà perchè quando uno sente un nome come Jasmine o Samantha, oppure Sharon, inevitabilmente lo associa a una donna giovane e bella. Ma ci sono pure le Sharon brutte, e anche le Jasmine invecchiano.
La Jasmine che sedeva di fronte ad Arnò era invecchiata molto bene. "Lei non ci crederà, commissario, ma io ho 89 anni".
E infatti ne dimostrava almeno dieci in meno.
"E porto ancora la macchina, sa?". A proposito, giovanotto - e si rivolse a Francese -: può darle un'occhiata dalla finestra? Non vorrei che qualche malintenzionato me la portasse via approfittando del fatto che l'ho parcheggiata sotto il commissariato. Chi mai penserebbe che un ladro sarebbe così audace da farlo sotto i vostri occhi?".
Arnò sorrise e le chiese dolcemente: "In che posso esserle utile, signorina Borghi?".
"Semmai è il contrario, caro commissario. Sono io che sarò utile a lei. Sono qui per svelarle chi ha ucciso la pallavolista".
"Ci risiamo!", pensò Arnò. Quelle poche parole, ma soprattutto il tono con il quale la vecchietta le aveva pronunciate, fecero ronzare nel cervello del commissario la parola più temuta dai poliziotti di qualunque nazionalità e grado: mitomane.
Ma era peggio, molto peggio.
"Sono stati i venusiani".
Cosa deve fare un poliziotto quando gli capita un imprevisto del genere nel bel mezzo di un'indagine nella quale non puoi assolutamente perdere tempo? Chiamare immediatamente i parenti della vecchia pazza pregandoli di venire a prendersela oppure spendere cortesemente un po' di quel prezioso tempo ad ascoltarla?
Arnò, che ricordava con grande affetto i nonni, tutti e quattro adorabili, scelse la seconda soluzione.
"Vede, commissario, molti sottovalutano i poteri dei venusiani e ignorano che sono capaci di assumere le sembianze di noi terrestri. Il suo collega, ad esempio - e indicò Francese - potrebbe tranquillamente essere uno di loro".
"Per servirla: Giuseppe Francese da San Giuseppe Venusiano", intervenne il vice commissario.
La vecchina sorrise alla battuta. "Che birichino il suo collega, commissario: pensa di potermi prendere in giro! Non sa, il giovanotto, che per circa quarant'anni ho insegnato storia e geografia al liceo e che da ragazza ho trascorso più di un'estate a fare i bagni a Portici. Se lei è davvero di quelle parti, signor Francese, sappia che San Giuseppe e tutti gli altri paesi vesuviani sono da anni in mano agli extraterrestri".
Arnò, che si stava divertendo un mondo, avrebbe fatto proseguire quel teatrino molto volentieri, ma c'era il medico legale che aspettava di essere ricevuto e decise di tagliare corto: "Le sue argomentazioni mi hanno convinto, signorina: dobbiamo assolutamente intervenire prima che sia troppo tardi. Mi dica subito chi è il venusiano che ha ucciso la pallavolista?".
"Ma è chiaro, commissario, mi meraviglio che lei non l'abbia ancora capito. E' il ragazzo del bar. E' passato attraverso la porta d'ingresso ed ha ammazzato la ragazza".
 
***

"Questo è più svitato di quella di prima", pensò Arnò dopo aver visto come si era presentato Giovanni Brossio nel suo ufficio: camicia hawaiana sotto una giacca color cachi, pantaloni verdi e mocassini gialli.
"Quasi quasi lo arresto per oltraggio alla sobrietà".
Si aspettava da lui un'esposizione altrettanto colorita e invece il giovane medico legale fu essenziale e asciutto: "Le confermo che la ragazza è stata uccisa per soffocamento tra le 22 e le 24 di giovedì 24 aprile. Non era incinta, quella sera ha consumato una bistecca e dell'insalata, non è stata violentata, non faceva uso di stupefacenti e nel complesso godeva di ottima salute. Il resto sta scritto qui", e consegnò ad Arnò il referto dell'autopsia".
Brossio si alzò e tese la mano verso il commissario per salutarlo. Arnò lo bloccò, c'era una cosa che aveva dimenticato di chiedergli giovedì sera sul luogo del delitto: "Quella V che l'assassino ha disegnato sul polso della ragazza può farla chiunque oppure è necessaria una particolare dimestichezza?".
"Basta fare attenzione a non tagliare le vene, tutto qui. Si, direi che potrebbe farlo chiunque".
 
***
 
Uscì dall'ufficio Bossio, entrò Francese. Con una copia del quotidiano "La Provincia" in mano.
"L'hai letto?", chiese al commissario.
"Quello che scrivono i giornalisti non m'interessa, lo sai".
"Si, ma questo...". Sfogliò il giornale, arrivò a pagina 9 e lo mise sulla scrivania di Arnò.
Riaperta la discoteca della morte
"Ma se l'hanno chiusa solo quindici giorni fa!". La sorpresa del commissario era pari alla sua rabbia.
Chiamò immediatamente il questore. "Voglio vedere che mi dice".
"Cosa vuole che le dica, Arnò? Sono gli effetti delle sue iniziative. Glielo avevo detto di aspettare il mandato del magistrato, e invece lei ha voluto fare di testa sua. E questi sono i risultati!".
"Ma è morta una ragazza di 16 anni!", e strinse il pugno destro con rabbia.
"Si, ma non nella discoteca, Arnò. Lo sa benissimo che si è impasticcata fuori, nella sua autovettura. E la sua perquisizione non autorizzata nel locale ha fatto il loro gioco. E' bastato un bravo avvocato e il gestore ha ottenuto il dissequestro della discoteca".
"Però, quando abbiamo trovato la droga, quello stronzo del Prefettosi è messo subito in prima fila davanti alle telecamere".
"E che ci vuol fare... Se mi fosse stato a sentire, se avesse fatto tutto in piena legalità...".
"...col cazzo che avremmo trovato la roba in discoteca, signor questore. E questo lei lo sa benissimo".
Il questore cambiò subito argomento: "Ci sono novità sull'omicidio della pallavolista?".
Sicuramente sì, pensò Arnò, se la Polizia potesse usufruire di un aiuto più concreto dello stato nella lotta al crimine. Basterebbe anche qualche telecamera in più nelle strade.
Non ce n'era nemmeno una in prossimità del caseggiato che ospitava la foresteria del Busto Royal Team. Desolante anche il rapporto della scientifica nonostante il lavoro accurato sia nell'appartamento della vittima sia nell'abitacolo della Smart di Betta Dellagro. "L'unica cosa certa - disse Arnò facendo il punto della situazione - è che la vittima conosceva il suo assassino. Nè il cancello d'ingresso dello stabile nè la porta d'ingresso dell'appartamento sono stati forzati".
"A meno che - aggiunse Francese - l'assassino non possedesse una copia di entrambe le chiavi".
 
***
 
"Certo che le abbiamo! Nella sede, al pianterreno dello stabile, c'è una copia di tutte le chiavi del caseggiato", precisò il presidente del Busto Royal Team. Quarantasei anni ben portati, alto, capelli brizzolati, Alfredo Terrani si disse disposto a dare alla Polizia "tutta la collaborazione possibile affinchè prendiate quel farabutto che ha ammazzato Betta".
"O quella farabutta", pensò il commissario. Nulla finora escludeva che l'omicidio fosse stato commesso da una donna. Una donna bella robusta, però, perchè Elisabetta Dellagro con i suoi 179 centimetri e i suoi 70 chili non era certo facile da immobilizzare.
"Ovviamente - aggiunse il massimo dirigente del Busto Royal Team - una copia delle chiavi dello stabile è in possesso del guardiano. Nessuno del personale, però, ci ha mai segnalato finora la sparizione, sia pure temporanea, di qualche chiave".
"Chi lavora stabilmente in sede?", chiese Arnò.
"Antonella Rucci, la nostra segretaria, Alessandro Portoghese, che si occupa dell'economato, e saltuariamente l'addetto stampa Giulia Brizzo, che è una nostra ex giocatrice. Se vuole ascoltarli, farò in modo che vengano immediatamente in commissariato".
"Si, li faccia venire qui domani mattina. Un'ultima domanda: quella V sul polso di Betta le suggerisce qualcosa?".
"Si, commissario: abbiamo a che fare con un pazzo".
 
***

Sabato 26 aprile - Ore 18
In comune con la sorella il 28enne Giorgio Dellagro aveva soltanto l'altezza. "Non ci somigliavamo neppure caratterialmente: lei era estroversa, sempre allegra, io sono decisamente più chiuso, non sono portato a fare amicizia facilmente. Betta, invece, era sempre circondata da amici e ha mantenuto i contatti anche quando si è trasferita a Busto".
"A Padova sua sorella ha lasciato un fidanzato?", chiese Arnò.
"No, le relazioni sentimentali durature non facevano per lei. Nella testa aveva soltanto un'idea fissa: diventare una giocatrice importante. "Me la sogno la nazionale - mi diceva - se mi metto seriamente con qualcuno". E per evitare d'innamorarsi, dopo un po' li scaricava".
"Che lei sappia, tra gli "scaricati" c'è qualcuno che non la presa bene?".
"Si, un mio compagno di squadra, Paolo Gimmelli. Io gioco a basket in una squadra della provincia di Padova e una sera in discoteca gli presentato Betta. E' durata poco più di un mese e quando lei lo ha mollato, lui non si è rassegnato: telefonate, messaggi, più volte si è presentato sotto casa. Temendo che potesse farle del male, i miei genitori si sono rivolti alla Polizia e da quel momento Paolo non si è fatto più vivo. E' successo a settembre dello scorso anno, poco prima che Betta si trasferisse a Busto".
"Secondo lei, questo Gimmelli...".
"Tutto può essere, commissario, ma non credo. Paolo lo conosco bene, è un bravo ragazzo: no, commissario, non è stato lui a uccidere mia sorella".
 
***

Erano le 23 quando arrivò la telefonata di Francese. Arnò si era appena messo il pigiama.
"Gianni, ne hanno ammazzata un'altra. Stavolta sul polso l'assassino ha scritto una A".
 
***
 
LA SECONDA PUNTATA
 
Venerdì 25 aprile - Ore 17
Il vice commissario Giuseppe Francese avrebbe dovuto prendere servizio al commissariato di Busto alle 14 di venerdì 25 aprile. Alle 15 non era ancora in ufficio e, conoscendo la sua puntualità, Arnò aveva cominciato a preoccuparsi. "Dove cazzo è andato a finire?!". Il cellulare era irraggiungibile.
Finalmente, un'ora dopo, Francese varcò tutto trafelato la soglia dell'ufficio del commissario.
"Tu non puoi immaginare cosa mi è successo?".
"Si è rotta la macchina in autostrada".
"No".
"Hai caricato in macchina una bella bionda e te la sei scopata".
"Ma no, con tutto quello che mi sono portato da Napoli dove la mettevo?!".
"Ci sono: hai incontrato in un motel una bella bruna ed è lei che ti ha fottuto prendendosi macchina, cellulare e portafogli".
"No, sei completamente fuori pista".
"E allora dimmelo tu, lo sai che gli indovinelli mi fanno incazzare".
"Stamattina sono partito alle 5 da Napoli e, in perfetto orario secondo la mia tabella di marcia, sono arrivato a Busto poco dopo le 13. Mentre stavo per raggiungere il commissariato, una capa di pezza ha attraversato di corsa la strada e...".
"Una capa di che?".
"Dimenticavo che sei lumbard, a Napoli le suore le chiamiamo cosi. Ti stavo dicendo... mentre mi stavo dirigevo verso il commissariato, mi piomba davanti alla macchina questa suora come una forsennata: "Aiuto, aiuto, la prego mi aiuti... abbiamo avuto un incidente!". Parcheggio in fretta e furia e la seguo. "Suor Flaminia è ferita, la prego, ci aiuti, non sappiamo come fare". E mi conduce al luogo dell'incidente. Te lo giuro, mai vista una scena del genere, nemmeno al cinema: suor Flaminia distesa per terra con un bozzo sulla fronte che si lamentava e altre tre suore inginocchiate a pregare davanti a un furgoncino 6 posti Fiat finito chissà come in faccia a un cartello di divieto di sosta. "Nell'urto suor Flaminia è andata a sbattere la testa sul volante, può essere grave. Su, faccia presto, ci aiuti a sollevarla da terra e ci accompagni all'ospedale! Nessuna di noi sa guidare".
"Tu dovevi fare l'attore!", disse Arnò incantato dalla mimica e dalla gestualità di Francese nel raccontare l'episodio.
"L'attore? Il sollevatore di pesi, vorrai dire! Quella capa di pez... quella suora pesava una tonnellata. Non ti dico cosa c'è voluto per riportarla sul furgoncino. Mi sono spezzato la schiena. E non potevo nemmeno bestemmiare!".
Arnò cominciò a ridere. E non la smetteva più.
"Ridi, ridi... Questo è niente, non sai cosa è successo dopo! Una volta giunti all'ospedale, volevo avvisarti del ritardo: metto la mano in tasca per prendere il telefonino... "Cazzo, l'ho lasciato in macchina!". Chiamo un taxi, mi faccio portare dove l'avevo parcheggiata e... non c'era più! Il divieto di sosta sul quale era andata a sbattere suor Flaminia era esteso a tutta la strada! Il carro attrezzi se l'era portata via".
Arnò dovette precipitarsi in bagno per non pisciarsi sotto dalle risate. "Voglio sperare - disse quando tornò - che non ti hanno fatto pagare la multa".
"Si, ci mancava solo quello... Veniamo a noi. Ho portato le carte napoletane da Napoli, visto che qui a Busto non c'è un cazzo da fare".
"Te le puoi mettere dove so io, le carte. Qui c'è stato un omicidio".
 
***
 
Venerdì 25 aprile - Ore 17,45

Tratto dal decalogo personale di Gianni Arno: "Nel limite del possibile cerca sempre di rispettare il dolore dei parenti delle vittime".
Il commissario rimandò al giorno dopo l'incontro con i genitori di Elisabetta Dellagro. Ma doveva pur cominciare ad ascoltare qualcuno e, mentre Francese esaminava il tabulato telefonico del cellulare della vittima, convocò in commissariato Carla Grossi, la compagna di squadra che aveva diviso con Betta l'appartamento. Voleva sapere perchè improvvisamente aveva lasciato la foresteria.
"Betta russava come un trombone. Ecco perchè me ne sono andata".
Arnò, al quale non mancavano humour immaginazione, si figurò il seguente titolo a nove colonne: Russava troppo, uccisa con un cuscino.
"Avevo una sola possibilità - spiegò la Grossi -: fare a cambio di stanza con un'altra giocatrice. Ma nessuna di loro è sorda, quindi ho chiesto alla società di andare a vivere in un altro appartamento".
Quella ragazza gli piaceva. Diretta e leale. Ma bugiarda. Arnò apprezzava i suoi tentativi di difendere la privacy della compagna, ma non si era bevuto neppure per un attimo la storiella che Carla Grossi gli aveva raccontato.
Il commissario la guardò nei suoi grandi occhi marrone e le sorrise. La ragazza capì: "D'accordo, commissario, le dirò la verità: a Betta piacevano molto gli uomini. In maniera smisurata. Li faceva venire in foresteria e...".
"...e ti chiedeva di lasciare libero l'appartamento. Giusto?".
"Si, e per un po' di tempo ho sopportato, sono stata complice dei suoi incontri. Poi non ce l'ho fatta più e mi sono inventata con la società la stessa storia che le ho raccontato. I dirigenti mi hanno subito trovato un'altra sistemazione".
"Anche le altre ragazze erano a conoscenza di quello che accadeva in foresteria?".
"Lo sapeva tutta la squadra, commissario, le voci corrono. E secondo me lo sapevano pure i dirigenti, ma chiudevano un occhio perchè Betta era di gran lunga la nostra giocatrice più forte".
"Ma tutta questa sregolatezza non si ripercuoteva negativamente sul suo rendimento in campo?".
"Potrà sembrarle strano, commissario, ma sul piano del rendimento Betta era la più continua di tutte. Raramente sbagliava una partita".
"Conosci qualcuno degli uomini che lei frequentava?".
"Uno si. Ma la prego, commissario, non dica in giro che glie l'ho detto io. E' Sergio Galli, un giovane arbitro di pallavolo. Li ho incontrati per caso una ventina di giorni fa in un pub di Varese".
Un'ultima domanda: l'assassino ha disegnato un V sul polso destro di Betta con un coltello. Ti dice qualcosa?".
"Se è un matto che ce l'ha col Volley, ha sbagliato braccio. Betta era mancina".
 
***

Francese mostrò alla Grossi il tabulato delle telefonate di Betta Dellagro. "Conosci qualcuno di questi numeri?".
"Questo è il mio, e questo è quello di Francesca Mattelli, una delle ragazze che vivono in foresteria... E questo è il numero del nostro allenatore... Ci sono un po' tutti i numeri della squadra".
L'ultima telefonata di Betta risaliva alle 19,26 di giovedì 24 aprile. Una chiamata in entrata, della durata di 34 minuti, fatta dal 339.8761715. Carla Grossi non riconobbe il numero.

***

"Stasera faccio tardi, non aspettarmi".
"Peggio per te, ho fatto il baccalà con i peperoni. Quando arriverai sarà immangiabile".
Silvia, la compagna di Arnò, era napoletana. Per seguirlo a Busto aveva piantato tutto: parenti, amici e una piccola gioielleria al Corso Vittorio Emanuele che andava alla grande: frequentatissima dalla clientela femminile per i graziosi oggetti in argento, altrettanto da quella maschile per le grazie della proprietaria.
Dopo essere entrato nella gioielleria per un'indagine su un omicidio, Arnò era entrato anche nelle braccia dell'allora 32enne Silvia, i cui lunghi capelli bruni accarezzavano forme che il tempo aveva rispettato. Adesso ne aveva 38 ed era più bella che mai.
A Busto Silvia aveva tolto dal cassetto la laurea in lettere e l'aveva fatta fruttare. Entrata di ruolo a settembre del 2017, era capitata però nel famigerato "Stendhal", il liceo più turbolento di Varese. A novembre già non ne poteva più e spesso telefonava in commissariato ad Arnò: "Ti dispiace se ne ammazzo qualcuno?" - "Quanto mi danno per un alunnicidio?" - "E se invece ammazzo quel coglione del preside che gliela dà sempre vinta?".
Visto che il conforto di Arnò non le bastava, aveva cominciato a sfogare la sua rabbia in cucina e, seguendo meticolosamente un paio di trasmissioni televisive, era diventata bravissima.
"Una di queste sere devi venire a cena da noi", disse Arnò a Francese. Il vice commissario, memore di precedenti "avvelenamenti", lo guardò storto, non rispose e tornò ad occuparsi del tabulato delle telefonate di Betta Dellagro.
"Non ti preoccupare: non so come abbia fatto, ma adesso Silvia cucina da Dio".
 
***
 
Venerdì 25 aprile - Ore 20
Rimpiangendo il baccalà con i peperoni, Arnò mostrò il tabulato delle telefonate di Elisabetta Dellagro al giovanotto alto e biondo che finora era stato seduto decine e decine di volte sul seggiolone degli arbitri di pallavolo, ma mai davanti alla scrivania di un commissario di pubblica sicurezza.
"Si, questo numero è il mio", confermò Sergio Galli. Era sua l'ultima telefonata ricevuta da Betta Dellagro prima di essere uccisa.
"Trentaquattro minuti di conversazione...", fece notare Arnò con lo stesso tono di un padre esasperato per la bolletta telefonica. "Cosa vi siete detti  in tutto questo tempo?".
"Ci eravamo visti nel pomeriggio in un bar di Busto. Era stata lei a propormi l'appuntamento: voleva scaricarmi e lo ha fatto senza darmi una spiegazione. Stavamo insieme da tre mesi, evidentemente per Betta non significavano niente, ma per me... E così ieri sera l'ho chiamata per cercare di convincerla a cambiare idea, ma è stata irremovibile".
"In questi tre mesi è mai stato nel suo appartamento in foresteria?".
"No, commissario. Già il fatto di essere un arbitro era un problema, ci vedevamo di nascosto. Figuriamoci se correvo il rischio di farmi sorprendere a casa sua. E comunque - aggiunse Galli anticipando la successiva domanda di Arno - non è perchè ci frequentavamo poco che mi ha mollato: non si era mai lamentata".
"Che lei sappia, Betta conosceva qualcuno il cui nome comincia per V?".
"Mi dia un attimo per pensarci, commissario... No, non mi sembra. Aspetti, si, c'è una sua compagna di squadra che si chiama Valeria... Valeria Storti. Ne parlava spesso perchè non la sopportava. Posso sapere il perchè di questa domanda, commissario?".
"L'assassino ha lasciato una firma sul polso destro di Betta, una piccola V disegnata con la punta di un coltello".
Arnò lo guardò attentamente, nessuna reazione. Galli rimase imperturbabile anche quando il commissario gli chiese: "Betta è stata uccisa tra le 22 e le 24. Lei a quell'ora dov'era?".
"A casa, commissario. Ma io vivo da solo, e ieri sera, dopo aver chiamato Betta, non ho parlato più con nessuno".
Non aveva un alibi. "Soltanto la mia parola, commissario: non sono stato io".
 
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LA PRIMA PUNTATA
"Commissariato di Busto Arsizio... dica".
"Vorrei parlare con il commissario Arnò".
"Chi è lei?".
"Sono il vice commissario Francese".
"Il commissario Arnò è impegnato in altra conversazione. Attende o richiama?".
"Attendo, grazie".
Aspettò buoni dieci minuti.
"Scusami Giuseppe, ma qui a Busto i questori sono esattamente come a Napoli".
"E cioè?".
"Degli autentici scassacazzi. Ma perchè non mi hai chiamato sul cellulare?".
"Perchè è irraggiungibile. Si sarà scaricato... come al solito".
"Ma no, ho finito adesso di parlare con un collega...", e guardò il suo nuovissimo Samsung. Glielo aveva regalato Silvia, la sua compagna, per il 46° compleanno.
"Scarico! Ma come è possibile, l'ho caricato ieri. Sti cazzi di cellulare di ultima generazione...".
"Non è il cellulare che non funziona, è la tua testa. Ma adesso che vengo io...".
"Allora è fatta!".
"Direi proprio di sì. Ma scusa, la comunicazione del mio trasferimento non ti è arrivata? E senza aspettare la risposta aggiunse: "Ho capito... come al solito non hai guardato la posta".
Arnò rovistò tra la marea di carte sparse sulla sua scrivania e... "Eccola!".
Cercò inutilmente il tagliacarte, sepolto tra le pratiche ammucchiate sul ripiano, si arrese subito e strappò la busta con le mani: "Con la presente le comunichiamo che a partire dal giorno 25 aprile...".
Si voltò a guardare il calendario appeso alle sue spalle... "Ma è domani!".
"Indovinato!".
Avevano lavorato insieme per quattro anni a Napoli. Li chiamavano "Gli improbabili". Mai vista in questura una coppia così male assortita: Gianni Arnò, il poliziotto più distratto al mondo, e Giuseppe Francese, la precisione fatta poliziotto.
Arnò era lombardo, di Brescia. Ma l'accento si percepiva vagamente. Non c'era bisogno, invece, che Francese aprisse bocca per capire che era napoletano. Bastava guardarlo in faccia. Tratti somatici inconfondibili. 
Anche l'aspetto contribuiva a fare di Arnò e Francese una strana coppia. Alto, bruno, occhi scuri, baffi, lineamenti regolari, spalle larghe e fisico d'atleta, Arnò era l'incarnazione dell'aitante commissario delle pellicole di serie C degli anni settanta. Basso, occhi celesti, fisico a barilotto, una massa di capelli biondi che spiovevano sul naso incredibilmente sproporzionato, il 48enne Francese sarebbe stato benissimo soltanto in un film circense. Nella parte del clown.
"Arrivi in macchina o in treno?".
"In macchina. Mi porto dietro tutte le mie cose".
Non proprio tutte. A Napoli aveva lasciato la casa dove aveva abitato da quando era nato e le persone che amava di più: la moglie Anna e i suoi tre figli. Ad onor del vero li aveva già lasciati otto mesi prima, il giorno stesso in cui la moglie aveva scoperto la sua relazione con un'istruttrice di pilates che aveva esattamente la metà degli anni del marito. "La vedi questa casa, Giuseppe? Beh, guardala attentamente perchè d'ora in poi non la vedrai più".
Era stata di parola. Le suppliche del marito e i ripetuti interventi di parenti e amici non l'avevano smossa di un millimetro dalla decisione presa, pienamente condivisa dai tre figli, ormai tutti già grandi. Suo malgrado, Giuseppe Francese era stato costretto a rivolgersi all'amante per trovare un tetto sotto il quale dormire, ma la risposta fu: "A me serve uno che mi faccia scopare, non un convivente. Vattene a dormire in albergo".
Aveva scelto una pensioncina di Fuorigrotta, non molto lontana dal commissariato. Col passare dei giorni e col rinnovarsi del no della moglie a riprenderselo a casa, Francese aveva poi maturato la decisione di andarsene da Napoli e di chiedere il trasferimento.
"Te l'ho già detto e te lo ripeto, Giuseppe: il clima e il cibo di Napoli qui te li puoi scordare. Si vive molto meglio, questo sì. E il lavoro è una pacchia: a Busto non succede mai niente".
 
***
 
A scoprire il cadavere, alle 9,20 di venerdì 25 aprile, era stato il 72enne Mario Masio, il guardiano dello stabile, dopo che il ragazzo del bar aveva bussato inutilmente alla porta dell'appartamento: "Ehi, bambola, apri. Sono io, il tuo Cesarone. Ti hanno lasciata sola stamattina? Bene, anzi benissimo: vuol dire che, dopo aver preso cornetto e caffellatte, ti consentirò di abusare di me...".
 
"Ma si può ammazzare così una ragazza?!", disse il guardiano ad Arnò, che lo guardò storto come per dire: "Nè così nè in altro modo".
Era morta per soffocamento. Un cuscino premuto sulla faccia. Mentre il medico legale scoprì il volto della ragazza, Arnò strinse gli occhi, quasi volesse evitare di guardarla. Benchè di delitti ormai ne aveva visti tanti, continuava a provare un dolore fisico alla vista della morte. E rabbia. Tanta. Non si era mai abituato all'idea che potesse esserci qualcuno capace di togliere la vita ad un proprio simile. A una ragazza così giovane, poi... Bionda, occhi azzurri, una cascata di capelli che accarezzavano il lenzuolo verde acqua, la vittima doveva avere poco più di vent'anni. Indossava un pigiama corto, rosso fuoco come lo smalto. L'unghia dell'indice della mano desta si era spezzata, probabilmente nel tentativo di resistere al suo aggressore.
Tutto era in ordine nell'appartamento. A prima vista non c'erano altri segni di violenza: soltanto un grosso livido sulla coscia destra della vittima e, sul polso destro, una piccola V rossa "fatta con la punta di un coltello, lievemente, in modo da non causare una copiosa fuoriuscita di sangue", precisò il medico legale e aggiunse: "E' stata uccisa ieri sera, approssimativamente tra le 22 e mezzanotte".
"Una V sul polso... Come si chiamava la ragazza?", chiese Arnò al guardiano.
"Elisabetta Dellagro, ma tutti la chiamano... la chiamavano Betta". E con la mano destra portò via le lacrime che gli rigavano le guance rugose.
V come Vendetta, forse. O magari Veleno. Oppure come Vattelapesca cosa avrà voluto dire l'assassino, pensò Arnò, che detestava enigmi, rebus, sciarade e... sdolcinatezze. Se non fosse stato un tutore della legge e, soprattutto, se non l'amasse alla follia, avrebbe volentieri strangolato la sua Silvia ogni qualvolta che "Amoooore, un aiutino please: detto anche platipo, undici lettere".
"Echecazzoneso", vedi un po' se c'entra.
V come Vipera. Oppure come Verità.
"V come Volley", rispose immediatamente il ragazzo del bar quando Arnò gli chiese se aveva idea di cosa potesse significare quel macabro ricamo sul braccio sinistro della ragazza.
Betta Dellagro giocava in A2 nel Busto Royal Team, una delle tre squadre femminili di pallavolo della città. "Stamattina ho portato la colazione soltanto a lei - precisò il ragazzo - perchè tutte le altre compagne di squadra che vivono nella foresteria sono da ieri a Verona per un torneo".
"E perchè lei non è partita?".
"Si è fatta male a un ginocchio, non poteva giocare ed è rimasta qui a studiare. So che a giorni aveva un esame all'Università, studiava lingue".
"E tu come fai a sapere tutte queste cose?", chiese Arnò accarezzando gli ispidi capelli rossi del ragazzo. Si chiamava Cesare Gerbino, ma per tutti era Cesarone perchè non superava il metro e sessanta.
"Sono due anni che porto alle ragazze la prima colazione, ho fatto amicizia un po' con tutte. Diciamo che sono diventato la loro mascotte: mi fanno sempre entrare gratis alle partite al Palayamamay, il palazzetto di Busto. E qualche volta sono andato a vederle giocare anche in trasferta".
"Chi altri poteva sapere che Betta era rimasta sola in foresteria?".
"Praticamente tutta Busto Arsizio. Qui la pallavolo è molto seguita, articoli sui giornali escono ogni giorno. Proprio due giorni fa ho letto che Betta a causa dell'infortunio non era tra le convocate per la trasferta di Verona".
"Quante altre ragazze vivono in foresteria?".
"Quattro: Alberta, Alessandra, Francesca e Tania. Alberta è toscana, di Livorno, le altre sono piemontesi".
"E Betta?".
"Betta era veneta, di Padova". Fino a quel momento Cesarone era riuscito a controllarsi, ma il dolore prese il sopravvento e il ragazzo cominciò a piangere a dirotto. "Mi scusi, commissario...".
"Non preoccuparti", e affettuosamente gli diede un colpetto sulla spalla. "Puoi andare. Se ho bisogno ancora di te so dove trovarti".
 
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La foresteria occupava l'intero secondo piano dello stabile, un caseggiato in via Po, nella periferia di Busto. "Sono tre appartamenti gemelli - precisò il guardiano -, tutti con soggiorno e cucinino, bagno e camera da letto con due posti per dormire. Gli altri appartamenti sono occupati da Alberta Fossi e Alessandra Sollero - quello più vicino alle scale - e da Francesca Mattelli e Tania Squizzo quello al centro del pianerottolo. Betta, invece, per il momento viveva da sola: Carla Grossi, che abitava con lei, un mese fa è andata a vivere in un altro appartamento di proprietà della società".
"Come mai questo trasferimento?", chiese Arnò.
Il vecchietto abbassò lo sguardo e balbettò un "Non lo so, deve chiederlo alla società". Chiaramente mentiva.
"E al primo piano cosa c'è?".
"Ci sono gli uffici della società, tutti in un unico appartamento, molto più grande di quelli riservati alle atlete. E poi c'e la mia abitazione. E' un bilocale identico a quello delle ragazze. Io vivo da solo, mia moglie è morta due anni fa".
"Ieri sera lei era in casa?", chiese Arnò.
"Si, ho visto un programma in televisione e sono andato a dormire. Saranno state le 22. Io vado a dormire molto presto, ogni mattina mi alzo alle 6".
"Il suo appartamento dove è ubicato?".
"Esattamente sotto quello di Alberta Fossi e Alessandra Sollero".
"Ieri sera ha sentito qualche rumore insolito".
"No, commissario. Lo stabile è molto più vecchio di me... le case di una volta, con i muri belli spessi. Anche quando le ragazze mettono la musica a tutto volume, da me si sente poco o nulla. E io ci sento ancora molto bene, commissario".
"A che ora chiudono gli uffici della società?".
"Tutti i giorni alle 18, il sabato alle 12,30".
"Mettiamo che qualcuno voglia far visita alle ragazze...".
"La società ha stabilito regole molto severe. Anche se tutte le atlete ospitate in foresteria sono maggiorenni, uomini non sono ammessi. Fatta eccezione per i parenti stretti".
"E' mai capitato che qualche ragazza sia stata sorpresa con qualcuno?".
"Si, ma non recentemente". E abbassò nuovamente lo sguardo.
"Mi racconti esattamente cosa è successo stamattina".
"Alle 9,10 il ragazzo del bar è venuto a bussare alla mia porta. "Signor Masio, Betta non mi risponde. Ho bussato più volte... forse sta male". Ho preso la chiave dell'appartamento, siamo entrati, ci siamo precipitati in camera da letto e abbiamo visto Betta sul letto con quel cuscino in faccia. "Forse dorme", ho detto, ma era solo una speranza la mia. Quando mi sono avvicinato e ho visto quel segno sul braccio, ho capito che era successo qualcosa di terribile. Ho sollevato il cuscino e... mio Dio, quell'espressione sul volto non la dimenticherò mai. Ho rimesso subito a posto il cuscino - troverete le mie impronte, mi spiace commissario... - e ho chiamato immediatamente la Polizia".
"La porta d'ingresso era chiusa con più mandate quando l'ha aperta?".
"No, commissario. Nessuna mandata".
"E la porta della camera da letto?".
"L'abbiamo trovata aperta, spalancata".
 
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Avvisati dell'accaduto, dirigenti, tecnici e atlete del Busto Royal Team avevano piantato in asso il torneo di Verona e stavano tornando a casa. In attesa di ascoltarli, Arnò per saperne di più comincio a interrogare... il pm.
Il procuratore Mario Rossi era un grande appassionato di pallavolo. Pur portando nome e cognome decisamente calcistici, l'unica rete che aveva frequentato nei suoi trascorsi sportivi era quella che divideva a metà il parquet. Alto quasi un metro e novanta, era arrivato a giocare anche in serie B, ma sua figlia Sabrina era andata molto più avanti. Giocava in A1, sia pure in una squadra che al momento se la passava male, nei quartieri bassi della graduatoria: le Pantere di Sondrio.
"Oh mio Dio!", esclamò Sabrina Rossi non appena il padre le comunicò la notizia. Il pm mise il cellulare in viva voce. "Certo che la conoscevo! Siamo stati insieme in nazionale giovanile. Era una ragazza allegra, molto socievole, piena di vita... No, papà, non mi viene nulla in mente di particolare su di lei, non eravamo amiche... Ah si, una cosa c'è, ma non credo possa esservi utile: eravamo quasi coetanee. Io sono nata il 16 settembre 1996, lei due giorni dopo".
"V come Vergine", disse Paolo Rossi. E la smorfia di disappunto sul volto del procuratore non passo inosservata.
"So a cosa stai pensando", disse Arnò. "Sono preoccupato anch'io".
Quella V rossa sul polso di Betta Dellagro sapeva tanto di assassino seriale.
 
 

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