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Waterpolo People

Le prime cinque puntate

  Pubblicato il 07 Ott 2018  12:45
L'uomo è solo.
Solo davanti al portiere avversario.
Sul tabellone della piscina Scandone di Napoli si legge  6-6. Più sotto un'altra scritta avverte che mancano 19" alla fine della partita.
"Se segno è fatta, siamo campioni!".
E' a tre metri dalla porta, "non posso sbagliare". Una finta, due, il portiere avversario perde le gambe. Adesso deve solo buttarla dentro. Ma il pallone che parte dalla sua mano sinistra (l'uomo è mancino) colpisce la faccia interna della traversa e ricade al di qua dell'immaginaria linea di porta. Il portiere lo afferra e con un lungo lancio pesca dalla parte opposta un compagno di squadra. Un rapido controllo precede il diagonale che a 4" dalla fine cambia, e definitivamente, il punteggio sul tabellone: 6-7.
"Non te la prendere, può capitare a tutti". I compagni di squadra di Pietro Iodice, il mancino che ha regalato la vittoria agli avversari, a fine partita lo abbracciano: "Non te la prendere, può capitare a tutti", "ma cazzo, proprio a te doveva capitare?!", vorrebbero aggiungere. Vorrebbero dirgli "Grandissimo coglione, abbiamo lavorato duramente in piscina per tre mesi, rubando il tempo a famiglia e lavoro per portare a casa questo scudetto, e tu cosa fai? Non solo ti mangi il gol della vittoria solo davanti al portiere, ma ci fai beccare anche la controfuga che ci costa il titolo italiano".
Titolo italiano Master over 60.
Pietro Iodice, napoletano, gioielliere, di anni ne ha 63. Portati molto bene. Merito, oltre che della pallanuoto, della dietologa che lo segue da sei mesi e che "vi consiglio caldamente, ragazzi. E' un piacere per gli occhi. Uno di questi giorni me ne fotto che è sposata e che ha vent'anni meno di me. La invito a cena e, se mi va bene, me la scopo alla vostra salute".
Parole alla vigilia della partita decisiva. Adesso in cima ai suoi pensieri non ci sono i lunghi capelli bruni della dietologa e i suoi caldi occhi castani, ma quel maledetto gol che "vi giuro, ragazzi, se ci riprovo mille volte io quella palla la metto dentro".
"Lascia perdere, Pietro, pensa alla salute". E' Marco Coppola, anni 61, il portiere della squadra.
"Hai ragione, è inutile che mi faccio un fegato così. E comunque domani me ne parto, salgo sul mio camper e chi s'è visto s'è visto. Per trenta giorni non voglio più sentire parlare nè di lavoro nè di pallanuoto".
"Buon viaggio, divertiti".
Ma non appena Pietro Iodice uscì dagli spogliatoi, tra i tanti insulti che lo accompagnarono arrivò anche un "Devi andarti a schiantare in un burrone, tu e il tuo maledetto camper".
Ci prese in pieno.
 
***
 
Elenco dei compiti di un commissario che Gianni Arnò avrebbe cancellato molto volentieri:
- Parlare con il questore. Soprattutto quelli pedanti e pavidi come il suo. Il questore di Busto Arsizio. "Mi raccomando, Arnò, faccia presto a trovare il colpevole, altrimenti i media ci mangiano vivi".
- I media, appunto. Partecipare alle conferenze stampa per il commissario Arnò era peggio che andare a fare shopping con la sua compagna. Lui adorava Silvia, ma detestava entrare in un qualsiasi tipo di negozio che non fosse un  bar. Media sette caffè al giorno. Senza zucchero.
- Ascoltare i mitomani. "Buongiorno, commissario, lei non ci crederà ma sono io l'assassino dell'uomo picchiato a morte. Si, lo so che era alto quasi due metri mentre io non supero il metro e sessanta e ho pure una paralisi al braccio destro, ma le giuro che sono stato io".
- Riferire l'accaduto ai parenti delle vittime.
Stavolta il compito fu meno ingrato del solito. Pietro Iodice, il gioielliere napoletano ucciso, aveva lasciato in questo mondo un solo consanguineo: Benedetto Roccia, figlio unico di sua sorella Gloria, morta tre anni prima per un tumore al seno.
Domiciliato a Napoli anche lui, tanto meglio: poteva bastare una telefonata.
"Signor Roccia, cosa ci faceva suo zio a Busto?".
"Forse era una delle tappe del suo tour amarcord".
"Si spieghi meglio".
"Mio zio si è fatto prendere dalla nostalgia ed è partito col suo camper alla ricerca degli amici di un tempo sparsi qui e là. E' partito il 30 luglio, mi ha detto che sarebbe tornato a fine agosto".
"Lei conosce qualcuno di questi amici?".
"Uno solo. Si chiama Annibale Forte. E' napoletano anche lui. Una decina di anni fa si è trasferito in Abruzzo e da allora si sono visti molto raramente. E' un chirurgo, se non sbaglio lavora all'ospedale di Penne, in provincia di Pescara".
"Un'ultima domanda: suo zio aveva nemici?".
"Mi sta chiedendo se conosco qualcuno che potesse odiarlo al punto da ucciderlo? No, commissario, ma non sono sorpreso che abbia fatto una brutta fine. Mio zio era un pezzo di merda".
Ma non era stato il nipote ad ammazzarlo, benchè ci fossero motivazioni più che sufficienti. In qualità di unico erede, Benedetto Roccia avrebbe intascato - tra contanti, titoli e immobili - una cifra non molto lontana dai tre milioni di Euro. Però il suo alibi era altrettanto consistente: da sempre Benedetto Roccia viveva su una sedia a rotelle.
"Maronna del Carmine, che famiglia: nu guaio appresso ad un altro", esclamò il commissario.
Gianni Arnò, bresciano doc, 44 anni, divideva gran parte della sua vita con due napoletani: Silvia Borrelli, la sua compagna nella vita, e Giuseppe Francese, il suo compagno sul lavoro, il suo vice. Entrambi "ereditati" dalla sua parentesi napoletana di responsabile del commissariato di Fuorigrotta. Arnò adorava il dialetto partenopeo, ma nonostante tutti i suoi sforzi non era mai riuscito a farlo suo e quella che usciva dalla sua bocca era una "versione mista" che puntualmente Francese correggeva: "Maronna 'ro Carmene, che famiglia: nu guaio appriess 'a nato. Era questo che volevi dire?".
"Era questo. Cosa ti ha detto il medico legale?".
"Ha confermato la sua prima diagnosi. Iodice era già morto quando è precipitato con il suo camper nel burrone. Tre colpi alla tempia sferrati con una chiave inglese o con qualcosa del genere. Ha confermato anche l'ora del decesso: tra le 22 e le 23 di venerdì 24 agosto".
Arnò si alzò dalla scrivania e si avvicino al suo vice: "Questo caso, per come si prospetta, è particolarmente complicato. Quindi ho bisogno della tua piena disponibilità, Giuseppe. Cosa che inevitabilmente verrà meno se continuerai a rimanere attaccato al ventilatore con la camicia inzuppata di sudore".
L'umidità all'80% che stava squagliando Busto Arsizio e i suoi abitanti era stata combattuta egregiamente da Arnò e Francese fino a quando il condizionatore d'aria dell'ufficio del commissario non era andato in tilt. "Ormai sono tre giorni che s'è scassato, quando hanno intenzione di ripararlo?".
"Non ne ho idea", rispose Arnò aggiungendo un altro consiglio a quello precedente: "T i sarà di giovamento anche andare dal barbiere, non credii?".
La folta capigliatura rossiccia, un naso troppo grande per la sua faccia e gli incredibili occhi celesti non erano le uniche caratteristiche particolari del vice commissario. Il suo fisico a barilotto, praticamente senza fianchi, aveva consentito ad Arnò di coniare la battuta "Qui in Lombardia abbiamo Busto Arsizio e il busto alla Francese".
Arnò, al contrario, possedeva una struttura fisica a "V". Spalle larghe, fianchi stretti, capelli neri, baffi e lineamenti regolari facevano del commissario un poliziotto perfetto per i film polizieschi made in Italy degli anni ottanta e un uomo fin troppo attraente per la gelosia della sua Silvia: "Io mi fido di te, Arnò, ma sappi che ti tengo d'occhio. E se sgarri, stai pur certo che a Busto ci sarà un altro omicidio di cui, per forza di cose, non potrai occuparti".
Rischio che Arnò non aveva alcuna intenzione di correre. Pur essendo, al pari di Francese, un grande estimatore dell'altro sesso, si accontentava del "guardare ma non toccare" imposto da una relazione, quella con Silvia Borrelli, che egli riteneva più che soddisfacente sotto tutti i punti di vista. Pur non essendo sposati, da tre anni vivevano sotto lo stesso tetto e - se la sua compagna non fosse stata sterile - sicuramente già sarebbe venuto al mondo un Arnò junior.
Anche Annibale Forte non aveva figli. Ma per una precisa scelta condivisa con la moglie Gabriella. E non era l'unica. "Vent'anni fa lei ha appoggiato pienamente la mia decisione di accettare il posto di primario a Penne e da allora non abbiamo mai preso in considerazione l'ipotesi di tornare a Napoli: a Pescara si vive bene. Più volte ho cercato inutilmente di convincere Pietro a trasferirsi qui, glie l'ho detto anche quando è venuto a trovarmi agli inizi di agosto. Non mi aveva avvertito del suo arrivo, è stata una bella sorpresa. Mi sorprende anche la sua telefonata, commissario: sinceramente non comprendo il motivo. Cosa c'entro io con l'omicidio di Pietro?".
"Per il momento - spiegò Arnò - stiamo cercando di ricostruire i suoi spostamenti. Iodice le ha detto quali altri amici aveva intenzione di andare a trovare?".
"Non proprio tutti. Alcuni non li conosco. Mi ha detto che prima di venire qui a Pescara è stato a Roma, dove si è visto con Giulio Rossi. Ma se vuole, commissario, posso inviarle via mail l'elenco delle altre persone alle quali Pietro ha fatto visita, ammesso e non concesso che ci sia riuscito".
"La ringrazio. E' proprio quello che stavo per chiederle. Un'ultima domanda: Benedetto Roccia, il nipote di Pietro Iodice, ha definito suo zio un pezzo di merda. E' anche lei di quest'opinione?".
"Non so quali siano i motivi che abbiano spinto il nipote a pensarla in questo modo, e neppure voglio conoscerli. Posso dirle, per quanto mi riguarda, che Pietro era una brava persona e un caro amico. Se non fosse così, mai e poi mai gli avrei chiesto di trasferirsi a Pescara".
 
***

"Che impressione ti ha fatto questo Forte? Secondo te ha detto la verità?", chiese quella sera Silvia ad Arnò. Il commissario metteva sempre a conoscenza la sua compagna dello sviluppo delle indagini.
"Se mi ha preso per il culo, lo appureremo presto. Giuseppe domani andrà a Pescara per prendere informazioni e poi a Roma a parlare con Giulio Rossi".
"E tu? Che hai intenzione di fare?", chiese Silvia.
"Per il momento - rispose Arnò - sono fermamente deciso a trasferirmi sopra di te dall'altra parte del letto".
Il commissario le accarezzò i lunghi capelli bruni, le tolse delicatamente gli occhiali, prese il libro che Silvia aveva in grembo, lo poggiò sul comodino e spense la luce.
 
***
 
Benchè fosse un uomo e un poliziotto dal carattere forte, il detto “mi spezzo ma non mi piego” non valeva più per Giuseppe Francese. L’incontro ravvicinato della sua schiena con il ventilatore nell’ufficio di Arnò aveva regalato al vice commissario una sciatalgia che lo costringeva a stare costantemente curvo.
“Non aprire bocca, non fiatare e soprattutto non dirmi “te lo avevo detto” perché mi fai incazzare ancora di più”.
“Posso almeno ridere?”, chiese Arnò. L’ingresso nel suo ufficio di Francese tutto piegato, e con una mano dietro la schiena, aveva risollevato il morale del commissario messo al tappeto dal referto della scientifica. Possibile ammazzare una persona con una chiave inglese e poi spingere il camper in un burrone con la vittima a bordo senza lasciare la benché minima traccia?
Possibile. Nemmeno l’ultimo pasto consumato da Pietro Iodice prima di precipitare in una scarpata sulla statale 336, a una dozzina di chilometri da Busto Arsizio, era stato di aiuto agli inquirenti: nel suo stomaco il medico legale aveva trovato due tranci di pizza margherita e una coca. Iodice poteva averli acquistati ovunque. “Una cosa è certa - disse Arnò al suo vice -: non ha consumato l’ultimo pasto nel suo camper. Nell’abitacolo la scientifica non ha trovato nemmeno una briciola”.
Aveva mangiato da solo o in compagnia? A questo interrogativo avrebbero voluto una risposta Arnò e Francese. Nell’elenco che Annibale Forte aveva inviato via mail c’erano soltanto tre nomi, e nessuna di queste persone abitava in Lombardia:
Francesco Buccia
Germana De Paoli
Mauro Aletto

Al breve elenco Forte aggiunse: “Francesco Buccia e Mauro Aletto sono compagni di scuola di Iodice. Buccia abita a Salerno, Pietro aveva deciso di concludere con lui il suo viaggio-amarcord. Germana De Paoli è stata per anni la compagna di Iodice, che la definiva “una delle poche donne che hanno lasciato il segno nella mia vita”.
Grazie ad Annibale Forte, Arnò e Francese avevano potuto ricostruire buona parte del  percorso di Iodice.
 
Roma: Giulio Rossi
Pescara: Annibale Forte
Reggio Emilia: Germana De Paoli
Sanremo: Mauro Aletto
Salerno: Francesco Buccia
Mancava all’elenco il nome della persona che Iodice avrebbe dovuto incontrare in Lombardia e forse anche qualcun altro. “Ma se Iodice era un pezzo di merda come sostiene il nipote, non credo che di amici ne avesse poi tanti”. Giuseppe Francese sperava di completare l’elenco in serata: nel primo pomeriggio, dolore di schiena permettendo, avrebbe preso l’aereo per Roma per parlare con Giulio Rossi.
Arnò, invece, parlò con un altro Rossi: il procuratore distrettuale. Nome di battesimo Paolo, come il nonno paterno.
Ma non solo.
Ah, Paolo Rossi! Proprio come il calciatore e il cabarettista!”. Alle presentazioni andava sempre così. “Ma perché non mi hanno chiamato Aristotele? Sarebbe stato meglio”.
“Ad ognuno la sua croce, Paolo. Con tutti i posti dove poteva andare a farsi ammazzare, questo Iodice ha scelto proprio Busto Arsizio. E non abbiamo la più pallida idea di chi possa essere stato. Posso offrirti un caffè?”.
“Se è quello della macchinetta, ne faccio a meno. Se lo fai venire da bar, allora lo prendo molto volentieri. Schiumato, se è possibile”. E mentre Arnò passava l’ordinazione al centralino, il procuratore chiese: “Nel tabulato delle telefonate di Iodice avete recuperato qualche informazione utile?”.
“Purtroppo non ha avvertito nessuno dei suoi amici del suo arrivo. Tutte visite a sorpresa”.
“Ma è pazzesco! La gente normale, quella cioè che non fa il commissario o il procuratore distrettuale, ad agosto va in ferie.  Iodice ha rischiato di fare tutte visite a vuoto”.
“Non so che dirti. A quanto pare, però, non gli è andata buca con Giulio Rossi e Annibale Forte”.
“E nemmeno con l’assassino, se è per questo”.
Le parole del procuratore furono accompagnate da un tuono. Arnò si alzò di scatto dalla scrivania e si precipito alla finestra per ricevere la più bella delle notizie: stava arrivando un temporale. “Probabilmente durerà solo cinque minuti, ma perlomeno manderà a farsi fottere questa maledetta afa”.
“E anche il mio caffè, se il ragazzo del bar non arriva in tempo”, aggiunse Rossi.
 
***
 
Paolo Rossi, il procuratore, da giovane aveva giocato da pivot in serie B e aveva trasmesso alla figlia Sabrina i centimetri  necessari (Rossi sfiorava il metro e novanta) per giocare l’unico sport di squadra nel quale il pallone non deve essere buttato in rete: il volley.
Giulio Rossi, l’amico che Pietro Iodice aveva incontrato a Roma nella prima tappa del suo tour-amarcord, a stento raggiungeva il metro e sessantacinque, non aveva mai fatto sport in vita sua, non aveva figli che giocavano a volley e, a differenza del filiforme Paolo Rossi, era praticamente obeso. La data di nascita (1953) e la quasi totale mancanza di capelli erano le uniche cose che condivideva con il Rossi procuratore. Oltre al fatto, ovviammente, che il nome di entrambi era presente nel fascicolo dell’inchiesta per l’omicidio di Iodice.
“Pietro è stato qui dal 30 luglio al 2 agosto. La sua visita inizialmente non mi ha fatto piacere, mia moglie ed io stavamo facendo i preparativi per una crociera. Abbiamo visitato le capitali del nord, dieci giorni indimenticabili. Lei è sposato, dott. Francese?”.
“Separato, ma…”.
“Gliela consiglio lo stesso. Sulle navi da crociera si mangia e si beve che nemmeno nei baccanali… sa, io sono un professore di storia, insegno in un liceo qui a Roma, o meglio cerco d’insegnare perché gli studenti di oggi hanno interesse soltanto per questi maledetti aggeggi (e mostrò a Francese il suo tablet)… Ma le stavo dicendo della crociera: è l’ideale per gli scapoli come lei, sulle navi si incontrano un sacco di belle signore sole che non aspettano altro di essere abbordate. Sulla nostra c’era una mulatta, caro Francese, che mi ha fatto venire voglia di buttare dal ponte mia moglie“.
“Voglio sperare che lei non l’abbia fatto”, l’interruppe Francese. Più che una battuta era un tentativo di fermare il fiume di parole che l’aveva investito non appena aveva messo piede nell’appartamento di Giulio Rossi, nel quartiere Prati. Tentativo che andò completamente a vuoto: “Guardi che le crociere oggi le danno anche a prezzi stracciati, basta fare come me: io attendo gli ultimissimi giorni per prenotare, c’è sempre qualcuno che disdice all’ultimo momento e io prendo il suo posto anche al 50% del prezzo… e c’è ogni tipo di crociera, i fiordi, il giro del Mediterraneo, i Balcani: io le ho fatto quasi tutte e…”.
…e Francese pensò seriamente di ficcargli in bocca la canna della pistola d’ordinanza.  Alla fine, dopo molto penare, il vice commissario riuscì ad ottenere le informazioni desiderate: “Si, Pietro mi ha detto che sarebbe andato anche a Busto Arsizio, ma non era l’unica tappa in Lombardia, c’era anche Bergamo. Lo ricordo perché gli ho chiesto se si trattava di Bergamo Bassa o Bergamo Alta, c’è una bella differenza, ma lui non mi ha saputo rispondere. E non mi ha detto nemmeno i nomi delle persone che avrebbe dovuto incontrare. Non ce n’era motivo: Pietro ed io non abbiamo amici in comune, ci siamo conosciuti proprio durante una crociera, nove anni fa, e da allora ci siamo visti un paio di volte, sempre a Napoli. Perciò, nei tre giorni in cui è stato qui a Roma gli ho fatto da Cicerone,  gli ho fatto vedere la città da cima a fondo e…”.
…povero Cristo, non vorrei essere stato nei suoi panni”, pensò Francese. Nonostante il persistente mal di schiena, non vedeva l’ora di mettersi in macchina per completare l’altro 50% della sua trasferta. Aveva noleggiato una Tipo a Fiumicino e contava  di arrivare a Pescara in tarda serata, Giulio Rossi permettendo. Si aspettava un nuovo fiume di parole per l’ultima domanda e invece, con sua grande e piacevole sorpresa, stavolta Rossi fu abbastanza sintetico: “Pietro Iodice un pezzo di merda? Magari il nipote avrà le sue ragioni per definirlo così, ma con me si è sempre comportato correttamente, da vero amico”.
 
***
 
Busto Arsizio batte Reykjavík 31-12. Questo l’esito della sfida meteo di  martedì 28 agosto tra la città dove era al lavoro il commissario Arnò e quella dove si trovava in vacanza Germana De Paoli, la 54enne ex fidanzata di Pietro Iodice.
Arnò non era mai stato in Islanda. Oslo la sua tappa europea più a nord, nel 2012. Sette giorni da sogno con Maddalena, alta, slanciata, rossa naturale, occhi verdi, naso all’insù e gambe favolose, ma nello stesso tempo bassina, rotondetta, capelli e occhi castani nella versione ufficiale, quella per Silvia, la sua attuale gelosissima compagna. “Siamo stati assieme poche settimane e ti assicuro, mia cara, che sono state le peggiori della mia vita. Invadente, isterica, sempre incazzata. Ad un certo punto non ne ho potuto più e l’ho piantata”.
In realtà la relazione era durata due anni ed era stata Maddalena a mollarlo per andarsene in Australia, dove aveva esportato  - oltre ai suoi  favolosi e lentigginosi 176 centimetri - un carattere dolce e mite. “Non facevamo altro che litigare, Silvia. Una donna insopportabile. Non so neppure io cosa mi abbia spinto a chiederle un appuntamento quando me l’anno presentata a casa di amici”.
“Pietro Iodice mi è stato presentato da mia sorella Giordana esattamente trent’anni fa ”, precisò Germana De Paoli al cellulare da Reykjavík. “Era un mese che Pietro l'asfissiava con pressanti richieste di appuntamento, ma mia sorella non ne voleva proprio sapere: “Ti prego, liberami di lui, mi sta dando il tormento”. Fui felicissima di aiutarla, Pietro mi era piaciuto a prima vista: un bel pezzo di ragazzo, alto e muscoloso. E pieno di premure. Nei tre anni in cui siamo stati insieme mi ha riempito di affetto. Gioielli? Non molti a dir la verità: diciamo che Pietro da questo punto di vista non era molto generoso. E diciamo anche che era un po’ troppo possessivo per i miei gusti. Ma non è stata la sua gelosia a separarci dopo un anno di fidanzamento, ma mio padre: per motivi di lavoro ha lasciato Napoli e si è trasferito a Reggio Emilia. Famiglia compresa. A Reggio dopo un paio di anni ho conosciuto Gabriele, mio marito: è qui con me a Reykjavík. Siamo scappati da Reggio Emilia quattro giorni fa, mai visto un caldo così feroce a fine agosto”.
E lo viene a dire a me che qui a Busto mi sto squagliando?”, pensò Arnò, la cui invidia nei confronti della De Paoli crebbe vertiginosamente quando l’ex fidanzata di Iodice precisò: “Peccato che qui a Reykjavík piova un giorno si e l’altro pure”. Il commissario avrebbe firmato seduta stante per sette giorni di fila di pioggia a Busto. Il temporale che si era affacciato lunedì sulla provincia di Varese era stato breve come un battito di ciglia e adesso faceva più caldo di prima. Per giunta nemmeno il colloquio telefonico con la De Paoli consentì all’inchiesta di fare un passo avanti: “Il nome delle persone che avrebbe dovuto incontrare a Busto e a Bergamo? No, commissario, mi spiace: Pietro non me l’ha detto. Nei due giorni in cui ci siamo visti a Reggio Emilia abbiamo parlato soltanto dei nostri trascorsi”.
 
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Chi era Pietro Iodice? I colloqui effettuati finora dagli inquirenti avevano disegnato un quadro caratteriale piuttosto variegato della vittima.
Per Benedetto Roccia, il nipote,Iodice era una persona avida, che pensava soltanto al suo lavoro e che, anche per questo motivo, non era stato capace di costruirsi una famiglia.
Giulio Rossi, il logorroico insegnante di storia che Iodice aveva incontrato per primo nel suo viaggio-amarcord, lo aveva dipinto come “una persona corretta, un caro amico”, definizione che combaciava con quella di Annibale Forte, il chirurgo che la vittima aveva incontrato a Pescara. Germana De Paoli, l’ex fidanzata di Iodice, aveva aggiunto alla lista gli aggettivi premuroso, geloso, possessivo e tirchio.
“Tirchio? Diciamo che non mi sorprenderei se Pietro avesse avuto antenati genovesi. In vent’anni di pallanuoto master non gli ho visto mai visto offrire nemmeno un caffè. Pur di non tirare fuori il portafogli, non prendeva mai parte alle cene con la squadra. Tirava fuori scuse come “Stasera ho un mal di testa che mi sta perforando il cervello” oppure s’inventava appuntamenti con belle sconosciute: “Ne ho acchiappata una, ragazzi, che non vi dico. Mi spiace, ma stasera dovrete fare a meno di me”. E dire, commissario, che Pietro era sfondato di soldi. Ma questo sicuramente lei lo sa già”.
Marco Coppola, il portiere della squadra Master di Pietro Iodice, si trovava in vacanza a Sperlonga quando fu raggiunto dalla telefonata di Arnò. “No, commissario, non conosco nessuno che avrebbe avuto un motivo valido per ammazzare Pietro. Non era un campione di simpatia, ma non l'ho mai visto litigare con qualcuno, tantomeno in acqua. La pallanuoto è uno sport in cui ci vogliono le palle, e lui non le aveva. Però era veloce come pochi, dote che a livello master emerge maggiormente, soprattutto se accompagnata da un fisico integro come quello di Pietro. Non beveva e non fumava, commissario: è roba che costa”.
Neanche Coppola fu d’aiuto nell’individuazione delle due persone che mancavano alla lista del viaggio-amarcord di Pietro Iodice: l’amico di Busto e quello di Bergamo.
 
***
 
“Amici, poi… Nulla esclude che sia stato uno dei due ad ammazzare Iodice”.
Prima di sedersi a tavola, dove l’attendeva Silvia sbuffando (“Datti una mossa, il risotto sta diventando una colla”), Arnò aveva telefonato al suo vice per fare il punto della situazione.
“Se è per questo può essere stato chiunque”, replicò Francese, che aveva trascorso il pomeriggio prendendo informazioni a Pescara su Annibale Forte. “All’ospedale di Penne tutti ne parlano bene, pare che nel campo della chirurgia sia uno dei più famosi in Italia. Il 24 agosto, il giorno in cui è stato ucciso Iodice, non era in servizio. Dalle 10 alle 13 è stato al mare, in uno dei tanti stabilimenti balneari di Pescara: ci sono le testimonianze di amici e conoscenti. Poi non si sa che fine abbia fatto. Di certo ha avuto tutto il tempo per raggiungere Busto Arsizio, ammazzare Iodice e tornare a casa”.
 
***
 
“Perché non mi sono messo in contatto con la Polizia finora? Sono venuto a conoscenza dell’omicidio soltanto ieri, al rientro dalle vacanze. La mia compagna ed io siamo stati in Marocco, a Cabo Negro”.
Mauro Aletto, ligure, 58 anni.
“E poi, fin quando sono stato a Sanremo, Pietro non si è visto. Nè mi ha preannunciato telefonicamente il suo arrivo”.
Aletto era partito per il Marocco il 16 agosto. “Non può essere stato lui”, sentenziò Francese.
“Cos’altro ti ha detto?”, chiese Arnò al suo vice.
“Più che amici Iodice ed io abbiamo… avevamo rapporti di lavoro. Io sono un orafo, ho un laboratorio a Sanremo. Ci sentivamo spesso telefonicamente, ma esclusivamente per motivi di lavoro. Mi sembra strano, quindi, che Iodice mi abbia inserito tra le tappe del suo viaggio. Giulio Rossi… Annibale Forte… Germana De Paoli… Francesco Buccia… No, dottor Francese, non conosco nessuna di queste persone. E non ho la minima idea di chi possano essere gli amici che Iodice avrebbe dovuto incontrare a Busto e Bergamo”.
“E neppure noi, purtroppo”, sottolineò con un sorriso amaro Arnò. Mentre Francese si era messo in contatto telefonicamente con Aletto, Arnò aveva provato per l’ennesima volta a rintracciare Francesco Buccia, l’ultimo nome della lista. “E’ praticamente sparito. Il suo cellulare è sempre spento e nella sua abitazione di Salerno non c’è il telefono. Ho parlato con Paolo Sautto, il dirigente del commissariato di zona, mi ha assicurato che se ne occuperà immediatamente e mi farà sapere”.
 
***
 
29 luglio: Pietro Iodice parte con il suo camper alla volta di Roma, dove arriva in serata.
30 luglio: il gioielliere appassionato di pallanuoto s’incontra con Giulio Rossi e rimane a Roma fino al pomeriggio del 3 agosto.
3 agosto: in serata Iodice raggiunge Pescara e contatta Annibale Forte.
4 agosto: su insistenza di Forte, Iodice lascia il campeggio dove aveva pernottato e si trasferisce nella villa dell’amico, dove rimane fino al 10 agosto.
11 agosto: Iodice nel pomeriggio lascia Pescara e in serata raggiunge Reggio Emilia.
12 agosto: dopo aver contattato Germana De Paoli, il gioielliere rimane a Reggio fino a Ferragosto.
24 agosto: Pietro Iodice viene ucciso sulla statale 336 a una dozzina di chilometri da Busto Arsizio e…
“…adesso - puntualizzò Francese - sappiamo che sono due le tappe del viaggio che non è riuscito a completare: quella di Sanremo, dove contava di incontrare Mauro Aletto - che però in quei giorni era in Marocco - e quella di Salerno, dove avrebbe dovuto ultimare il suo viaggio-amarcord in compagnia di Francesco Buccia”.
C’era un vuoto di sette giorni, quelli dal 16 al 23 agosto, che gli investigatori dovevano colmare. “Presumibilmente - disse Arnò - dobbiamo ritenere che in quei sette giorni Iodice si sia visto con le persone che avrebbe dovuto incontrare a Bergamo e Busto”.
“Ammesso e non concesso – aggiunse Francese – che sia riuscito ad incontrarle, visto che Iodice non  preannunciava le sue visite. Nulla esclude che i fantomatici amici di Bergamo e Busto tuttora non siano a conoscenza dell’omicidio: può darsi che entrambi siano ancora in vacanza, magari all’estero, e per questo motivo non si sono ancora messi in contatto con la Polizia”.
“Oppure – replicò Arnò – non si sono fatti vivi con noi semplicemente per timore. Non dobbiamo dimenticare che uno di loro potrebbe essere l’assassino”.
La foto di Pietro Iodice era stata inviata a tutti i campeggi della Lombardia e anche agli alberghi. Arnò e Francese non avevano escluso l’ipotesi che – pur viaggiando in camper – il gioielliere qualche volta avesse deciso di alloggiare in un hotel. In ogni caso la ricerca, almeno per il momento, non aveva dato esito positivo. Anche l’indagine effettuata con i caselli autostradali non era stata di aiuto ad Arnò e Francese. Ma lo avevano messo in preventivo: “Mio zio – aveva precisato Benedetto Roccia – quasi mai prendeva l’autostrada. Quando viaggiava col camper preferiva le statali”. Puntualizzazione che combaciava con l’indole sparagnina del gioielliere: anche le autostrade costano.
Erano le 13,30 di giovedì 30 agosto. Francese propose un break e Arnò, che quella mattina aveva preso soltanto un caffè a colazione, accettò. Ordinarono ad un bar-tavola calda panini al prosciutto e birre. Rigorosamente analcoliche. “Oggi offro io”, sentenziò Arnò quando arrivò il ragazzo del bar, ma fu costretto a passare la mano a Francese: “Maledizione, ho dimenticato il portafogli a casa”.
“Chi si occupa dello zoppo impara a zoppicare”. Chiaro il riferimento di Francese alla tirchieria di Pietro Iodice. Ma il vice commissario sapeva benissimo che il forfeit di Arnò al momento di pagare era dovuto a ben altro motivo: il suo capo era il poliziotto più distratto che aveva conosciuto in vita sua. Il top Arnò lo aveva raggiunto a Napoli: una mattina andò al commissariato in macchina, la sera tornò a casa in tram.
Quando Francese raccontò l’episodio ai colleghi del commissariato di Busto, ebbe un’ulteriore impennata il suo già alto indice di gradimento. Gioviale ed espansivo per natura, il vice commissario raggiungeva il top quando pescava nel suo inesauribile serbatoio di barzellette e freddure. “Cosa ci fa un cammello in un budino?”, chiese ad Arnò mentre il commissario stava per addentare il suo panino.
“Lo sai che sono negato per questi giochi di parole. Dimmelo tu”.
“Sta navigando nel dessert. E lo sai che ci faceva uno sputo sulla scala? E’ molto semplice: lo sputo…”.
Francese non ebbe il tempo di completare la freddura. Suonò il cellulare di Arno e per entrambi fu una doccia freddissima: “Sono Sautto. Abbiamo trovato Francesco Buccia. Morto ammazzato nella sua abitazione”.
 
***

“Cosa fai? Scendi a Salerno?”.
Legittima la domanda di Sautto. Nulla escludeva che l’assassinio di Francesco Buccia fosse collegato a quello di Pietro Iodice. “In questo momento non è proprio il caso - rispose Arnò -: dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi sull’omicidio di Iodice. Veditela tu e tienici informati”.
Francesco Buccia, l’amico che Iodice avrebbe dovuto incontrare nell’ultima tappa del suo viaggio, era stato strangolato. Se effettivamente la sua morte era collegata a quella di Iodice, l’assassino poteva essere chiunque degli altri amici del gioielliere, anche Germana De Paoli. Buccia era mingherlino, non raggiungeva il metro e 65 e praticamente possedeva soltanto un braccio, il destro. L’altro, rimasto schiacciato in un incidente stradale, era del tutto inutilizzabile.
Il corpo fu trovato nel corridoio dell'appartamento: un trilocale in via Guercio, non lontano dal lungomare. La ricostruzione del medico legale confermò i sospetti di Sautto: la vittima conosceva l'assassino. "La posizione del cadavere e i segni sul collo della vittima ci dicono che l'omicida lo ha seguito nel corridoio, lo ha cinto con l'avambraccio destro al collo e lo ha tirato giù sul pavimento. Poi, sistemandosi a cavalcioni su di lui, ha completato l'opera strangolandolo a mani nude".
"La morte risale a tre o quattro giorni fa", aggiunse il medico forense, che Sautto guardò con invidia. Pur avendo sorpassato la cinquantina, possedeva una folta capigliatura corvina, mentre il commissario - che da poco aveva sorpassato la quarantina - era calvo come una palla da biliardo. "Tutta colpa dello stress", ripeteva ogni qualvolta consanguinei, parenti e affini gli ricordavano impietosamente che il suo era l'unico caso di calvizie nell'albero genealogico della famiglia Sautto. "Perchè non ho fatto il commerciante di abbigliamento come mio padre?".
Rimpianti che aumentarono sensibilmente quel giovedì nell'impatto con un caso che sin dall'inizio si rivelò particolarmente ostico: nell’isolato di via Guercio l’unico condomino presente, si fa per dire, era Francesco Buccia. Tutti ancora in vacanza. E lo stabile, che annoverava soltanto sei appartamenti, per giunta non aveva portiere. Testimonianze zero.
Scapolo e figlio unico. La situazione anagrafica di Buccia complicò ulteriormente i progetti di Sautto: ottenere informazioni sulla vittima stava diventando una montagna sempre più alta da scalare. Il commissario si arrampicò per la sola via percorribile: Maria Fiorito, anni 24, l’unica dipendente di “Beta Sport”, il negozio di articoli sportivi di Buccia. Era in vacanza ad Agropoli, nel Cilento, e Sautto la raggiunse telefonicamente.
“Abbiamo chiuso per le ferie estive il 10 agosto, avremmo dovuto riaprire il 3 settembre. Anzi avrebbe – precisò la Fiorito – perché prima delle vacanze io mi sono licenziata. Quel porco aveva un'unica mano che funzionava e spesso la indirizzava verso la sottoscritta. Ho sopportato per un anno, poi non ce l’ho fatta più”.
Sautto nella sua carriera aveva mandato in galera gente che aveva ucciso per molto meno, ma escluse a priori che le molestie sessuali nei confronti di Maria Fiorito potessero essere la causa dell’omicidio di Francesco Buccia. “Tu lo faresti entrare a casa tua un parente infuriato?”, chiese quella sera ad Arnò.
“No di certo, tanto meno se sono sicuro di avere la peggio per colpa della menomazione. In ogni caso – suggerì Arnò – è meglio controllare l’alibi di parenti ed amici della Fiorito”.
“Ho già dato disposizioni in tal senso, ma è soltanto fatica sprecata: Maria Fiorito non sarebbe stata tanto scema da parlarmi delle molestie ricevute da Buccia se qualcuno dei suoi lo avesse fatto fuori per questo motivo. A meno che l’omicidio non sia stato commesso all’insaputa della ragazza. Ma – ripeto – io sono portato a credere che Buccia sia stato ammazzato per tutt’altro motivo”.
“Stai pensando al ricatto?”, chiese Arnò.
“Non è da escludere, vista la moralità dell’individuo. A casa sua abbiamo trovato una vera e propria collezione di filmini porno e la Fiorito mi ha detto che il negozio di articoli sportivi non andava bene. Entro domani attendo sia il rendiconto della situazione bancaria della vittima sia il tabulato telefonico del suo cellulare. Ma c’è una cosa, in particolare, che mi fa pensare al ricatto: la Fiorito mi ha detto che Buccia possedeva un computer portatile, ma in casa sua non lo abbiamo trovato e nemmeno nel negozio”.
“Secondo te, quindi, è stato l’assassino a portarlo via?”. Anche Arnò era giunto alla stessa conclusione, ma faceva il finto tonto per dare soddisfazione al collega. Sautto gli era risultato simpatico sin dal primo colloquio telefonico, e nel secondo Arnò si rese conto che era anche un ottimo poliziotto.
“Sul portatile - proseguì Sautto - potrebbero esserci le prove del ricatto. E se di ricatto si tratta, nulla di più probabile che l’assassino sia la stessa persona che ha ucciso Pietro Iodice”.
 
***

“Quindi, se ho capito bene, Buccia sapeva chi ha ucciso Iodice e, invece di rivolgersi alla Polizia, ha deciso di ricattare l’assassino”.
“Potrebbe essere andata così, ma… eccezionale questo polpettone di tonno. Stasera ti sei superata, Silvia, me ne dai un’altra porzione?”.
Arnò  raccontava alla compagna la giornata di lavoro a modo suo, centellinando le informazioni per farla arrabbiare. Operazione che puntualmente raggiungeva lo scopo.
“Certo che te la vado a prendere un’altra porzione di polpettone, ma se non completi immediatamente quello che stavi dicendo te la spalmo in faccia. Sono stata chiara, Arnò?”.
“Cedo alla violenza. Si, l’assassino di Iodice e Buccia potrebbe essere la stessa persona, però forse non ci siamo con i tempi. Iodice è stato ucciso il 24 agosto, Buccia soltanto tre giorni dopo. Al massimo quattro, secondo i primi rilievi del medico legale. Due omicidi e un tentativo di estorsione nel giro di così poco tempo? La cosa mi lascia perplesso. E poi dal tabulato telefonico di Iodice non risulta alcuna chiamata al cellulare di Buccia nel mese di agosto né nei giorni immediatamente precedenti. Non si è mai messo in contatto con lui, quindi non vedo come Buccia possa essere venuto a conoscenza degli spostamenti di Iodice durante il viaggio e delle persone che il gioielliere ha incontrato”.
Proprio mentre Silvia stava consegnando ad Arnò la seconda porzione di polpettone accompagnandola con un bacio, suonò il cellulare del commissario. Era Francese: “L’amico che Iodice avrebbe dovuto incontrare a Bergamo finalmente si è fatto vivo”.
 
***

Venerdì 31 agosto
Puntualissimo. Guido Celli si presentò al commissariato di Busto alle 10 precise. "Non mi sembra proprio il tipo da spaccare la testa a qualcuno con una chiave inglese", pensò Francese quando Arnò fece accomodare nell'ufficio del commissario l'uomo che Pietro Iodice avrebbe dovuto incontrare a Bergamo.
Finalmente avevano aggiustato il condizionatore, ma fuori c'erano 34 gradi e l'umidità sfiorava il 75%. Per giunta Celli era giunto in macchina a Busto, ma il caldo sembrava non avere alcun effetto su di lui. Camicia azzurra e cravatta blu erano tuttora in perfetto ordine sotto il completo beige chiaro. I capelli bianchi, tagliati cortissimi, risaltavano sul volto abbronzato e contribuivano, assieme alla perfetta rasatura e alle mani curatissime, a dare di Celli l'impressione di un uomo ordinato e preciso. "No, non ce lo vedo proprio uno così spingere un camper verso il burrone in uno spiazzale polveroso",  aggiunse ai suoi pensieri Francese assieme a  "Questo qui non può che essere un ingegnere o un avvocato".
"Sono un allenatore di pallanuoto", precisò Celli. Lavoro per una società di Bergamo e mi occupo prevalentemente del settore giovanile. Conoscevo Pietro Iodice da circa quarant'anni, siamo stati avversari tantissime volte in acqua. Amici lo siamo diventati soltanto da poco, da quando abbiamo diviso la camera agli Europei Master di Berlino del 2015".
"Quando è venuto a conoscenza dell'omicidio di Iodice?", chiese Arnò.
"Soltanto ieri. Caschi il mondo, ogni anno mia moglie ed io il 10 agosto lasciamo Bergamo e ci rifugiamo a Bossico, in montagna, dove abbiamo una casetta. Ci isoliamo dal mondo: niente cellulare, niente televisione, niente giornali. Soltanto al rientro in città ho saputo che Pietro era stato ucciso e mi sono messo immediatamente in contatto con voi".
"Come mai lo ha fatto?".
"Ho pensato che le informazioni in mio possesso potessero esservi utili. Il 5 agosto Pietro mi ha telefonato e mi ha detto che aveva intenzione di venirmi a trovare. Inizialmente non ha precisato il giorno, gli ho risposto che ero felicissimo di vederlo, ma quando mi ha detto che sarebbe arrivato negli ultimi dieci giorni di agosto gli ho detto che per me era impossibile. Vede, commissario, la nostra vacanza a Bossico è come un rito, e desideriamo celebrarlo da soli. Non vogliamo nessuno tra i piedi, neanche i nostri figli. Quindi mi sono inventato una scusa, ho detto a Iodice che il 10 agosto saremmo partiti per una vacanza in Canada e...".
Celli improvvisamente si rabbuiò. "Cosa c'è?", chiese Arnò.
"Se non gli avessi detto quella bugia, se gli avessi permesso di venirci a trovare a Bossico, Pietro oggi forse sarebbe ancora vivo".
Sembrava sincero. Ma Arnò e Francese nella loro carriera avevano incontrato tanti delinquenti degni di una nomination all'Oscar, maestri di recitazione oltre che protagonisti di feroci delitti.
Sincero o bugiardo che fosse, da Guido Celli i due investigatori non pretendevano certo di ottenere un "Sono stato io ad ammazzare Pietro Iodice". Speravano soltanto che Celli togliesse l'ultimo punto interrogativo dal viaggio-amarcord del gioielliere dando un nome alla persona che Iodice avrebbe dovuto incontrare a Busto Arsizio, e invece arrivò un altro "Mi spiace, ma non posso esservi d'aiuto. Pietro ed io non avevamo amici in comune a Busto, e neppure in tutta la Lombardia".
 
***
 
Era giunto il momento di fare il punto della situazione. Al summit nell'ufficio di Arnò prese parte anche il procuratore Rossi: "Non vi sembra strano che Iodice abbia avvisato Celli della sua intenzione di andarlo a trovare? Con tutti gli altri amici si è comportato diversamente".
"Può darsi - obiettò Arnò - che abbia avvertito del suo arrivo anche il fantomatico amico di Busto, anche se dal tabulato del suo cellulare non risulta alcuna chiamata in Lombardia nel periodo che ci interessa, tranne quella che ha fatto a Celli il 5 agosto".
C'era un'altra domanda, tuttavia, per la quale il procuratore voleva una risposta: "Cosa vi fa pensare che Iodice sia stato assassinato proprio da una delle persone che avrebbe dovuto incontrare nel viaggio?".
"Nulla - rispose Arnò -, ma abbiamo la sensazione che questa sia la pista giusta".
"C'è qualcuno che possiamo escludere?", chiese Rossi.
"Soltanto Mauro Aletto, l'amico di Sanremo. Quando Iodice è stato ucciso era in Marocco e non si è mosso da lì. Abbiamo controllato. E poi Francesco Buccia, ovviamente. Tutti gli altri - aggiunse Francese - non hanno un alibi".
"E nemmeno un movente, se è per questo", sottolineò Rossi. Ma ammettiamo che abbiate ragione, che sia stato uno dei suoi amici ad ammazzare Iodice. Se è andata effettivamente così, non credo che il delitto sia stato premeditato: durante il viaggio deve essere accaduto qualcosa che ha spinto questa persona ad ucciderlo".
"Certo, ma potrebbe esserci anche un'altra ipotesi - disse Arnò -: una di queste persone, per un motivo che ignoriamo e che probabilmente era sconosciuto allo stesso Iodice, detestava il gioielliere. Un odio latente, riemerso prepotentemente quando è avvenuto l'incontro".
"E l'omicidio di Buccia?".
Stavolta fu Francese a rispondere: "Se ne sta occupando il collega Sautto, ma siamo in costante contatto con lui. Sautto è convinto che ci sia un collegamento tra i due omicidi e che Buccia sia stato ucciso perchè ricattava l'assassino di Iodice, ma noi la pensiamo diversamente: tra i due delitti è passato troppo poco tempo, la storia del ricatto non può stare in piedi".
"Soprattutto - aggiunse Arnò - non si vede come Buccia possa aver scoperto chi ha ucciso Iodice".
 
***
 
"Hai presente le ultime parole famose? Non appena l'ho detto è suonato il mio cellulare, era Sautto da Salerno e mi ha fatto fare una figura di merda in viva voce: "Buccia è stato a Busto. Maria Fiorito, la sua commessa, nel prendere le sue cose dal negozio di articoli sportivi ha trovato in un cassetto la ricevuta di un biglietto del treno, quello relativo al viaggio di ritorno. La data è sabato 25 agosto, il giorno dopo l'assassinio di Iodice. Buccia ha preso il primo treno disponibile, quello delle 6,04: evidentemente aveva una fretta dannata di ritornare a casa. So cosa state per dirmi: come mai i miei uomini non hanno trovato la ricevuta del biglietto durante il sopralluogo al negozio? Non lo so. Una sola cosa è certa: stanno per ricevere una solenne cazziata".
"E adesso?", chiese Silvia. Quella sera aveva fatto la parmigiana di melenzane, che era al primo posto dei piatti preferiti da Arno. Prima di fare il bis rispose: "Adesso per prima cosa dobbiamo appurare quando Buccia è partito per Busto Arsizio, la ricevuta del viaggio d'andata non è stata trovata. Poi dobbiamo accertare quali sono stati i suoi spostamenti a Busto: intanto possiamo ipotizzare che si sia visto con Iodice e che abbia alloggiato nel suo camper. Ciò nonostante contatteremo tutti gli alberghi e i bed & breakfast della Lombardia, sperando in un colpo di fortuna. Finora non è che la Dea Bendata ci abbia dato una mano".
"Ma tu che idea ti sei fatto finora?", chiese Silvia mettendogli  davanti una porzione del suo tiramisù che aveva riscosso notevoli consensi in commissariato il 27 aprile, il giorno del compleanno di Arnò.
"Se credi che il tiramisu possa bastare per ottenere questo tipo di informazioni, assolutamente riservate, sei completamente fuori strada. Occorre ben altro".
Silvia sorrise, si avvicino ad Arnò, lo prese per mano e lo condusse verso il divano del soggiorno.
"E il tiramisu?", chiese il commissario.
"Quello può aspettare".
 
 

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