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I gialli dell'Investigatore del Mare: Il Maestro di violino (le prime quattro puntate)

  Pubblicato il 15 Dic 2017  08:34
Uccello del largo.
Così amava definirsi Moitessier.
Non poteva non diventare il più grande velista/navigatore di tutti i tempi, narrato sulle banchine con aneddoti finiti in leggenda: come quella di lui, povero in canna, che mangiava i gabbiani abbattuti con la fionda.
Aveva un bel nome, Bernard. Ancor più bello con l'erre alla francese, Berrrrrnard.
Io, invece, no.
Succede quando uno nasce in Campania, a Casal di Principe, da un padre “solachianiello” (ciabattino) che per cercare in qualche modo di dare all’unico figlio un po’ di “ciorta” (fortuna) lo chiama Napoleone…
La mia infanzia non è stata facile.
Da Napoleone a Popò il passo fu brevissimo!
Anche il maestro a scuola mi chiamava Popò Esposito.
I primi tempi mi arrabbiavo e facevo a mazzate, poi non più. Si chiama rassegnazione.
E forse fu proprio allora che sviluppai quella pazienza infinita per fare il lavoro che mi avrebbe portato al mare, alla vela, ai delitti: l’Amministratore di Condominio!!!
Proprio così, l’Amministratore di Condominio! Il Fato ti avvolge nell’impensabile, in quello che mai pensi possa capitare a te, nel bene e nel male.
A vent’anni, col diploma di ragioniere in tasca, da Casal di Principe mi trasferii a Napoli.
Anzi, mi trasferii a Barra che è un comune a parte, anche se attaccato a Napoli: in pratica la periferia, ma quella tosta assai, dove il comico e il tragico si fondono in una miscela mai uguale ma quasi sempre esplosiva. Un mondo che le persone “normali” non conoscono, anzi non pensano che possa mai esistere.
Con i risparmi del servizio militare (ero sergente!) affittai un quartino e misi la targa fuori al palazzo, Rag. Napoleone Esposito.
Fatti i conti, avevo soldi per campare con la cinghia stretta per non più di sei mesi. O ingranavo o dovevo tornare a Casal di Principe, a casa di papà.
Cercai, così, di fare amicizia nei dintorni e mi resi conto che in uno dei posti più malfamati di Napoli, dove anche la Polizia aveva paura a entrare, la maggior parte delle persone era gente buona e onesta, serenamente rassegnata a subire le angherie di pochi pericolosi delinquenti senza scrupoli.
E così conobbi Michele, il tabaccaio sotto al palazzo, un omone che abitava di fronte a me, sullo stesso pianerottolo, con la moglie Franca e… il primo marito di lei che, povero, non avrebbe avuto dove vivere.
Pochi giorni dopo Michele mi chiamò, non col citofono che non esisteva ma dal cortile a tutta voce: “Popò, t’aggio procurato nu palazzo! Cirillo, ‘o barbiere che sta in coppo o Corso s’arrubbato nu sacco ‘e sord e mo’ sta ‘o spitale. Aggio parlato ‘e te a parecchia gente e te vonno comme Amministratore, ma vonno pavà ‘e stesse sorde: 40.000 lire al mese”.
Gesù, pensai, un barbiere che fa l’Amministratore di Condominio!
“Miché, ma perché sta all’ospedale?”.
“’Nu condomino, chillo ro primmo piano che da poco è asciuto ‘e galera, l’ha ‘ncasato ca capa dinto ‘o vetro da purtineria”.
“Oh Gesù!, Michè, ti ringrazio assai, ne ho proprio bisogno. Mandami i condomini quando vuoi tu".
40.000 lire al mese non erano tante, ma almeno potevo pagare il fitto. E Michele divenne il mio segretario molto particolare: sapeva tutti i fatti dei condomini, che prima di salire da me chiedevano a Michele i “pre-consigli”.
Non fu una esperienza facile; durò due anni ma riuscii a rimettere in sesto il fabbricato.
E fu qui che, non consapevole o forse sì, affrontai e risolsi il mio primo “caso” di omicidio.

***

La riunione di condominio si svolgeva nell’androne del fabbricato. Ogni tanto bisognava farsi da parte, di corsa, per lasciar passare alcuni “giovanotti” che trasportavano casse di sigarette di contrabbando sotto gli occhi del portiere che per ridere rischiava di perdere la dentiera.
Aneddoti comici e tragici si alternavano in quel palazzo in un escalation di incredibilità, come la donna delle pulizie che scoprii a fare la pipì per terra sotto la prima rampa di scale, oppure una condotta pluviale che “scoppiava” con una frequenza insolita, come la faccia dell’idraulico quando, di volta in volta, estraeva ombrelli, costumi da bagno, un gatto (morto), un fucile a piumini e anche una macchinetta del caffè!
Ma il meglio avvenne nei due capodanni della mia gestione "grazie" ai figli dell’inquilina dell’attico, vedova bianca (il marito era ospite dello Stato a tempo indeterminato) e “monocola” con una benda nera che le copriva l’occhio destro. Durante il primo Capodanno i due giovani virgulti, per festeggiare, gettarono dall’ottavo piano una lavatrice nell’androne del fabbricato aprendo una vera e propria voragine che, manco a dire, fu riparata a spese del condominio. Durante il secondo spedirono sul terrazzo del portiere una bomba artigianale che distrusse tutti i vetri dell'abitazione. Le schegge si conficcarono nella testiera del letto del povero disgraziato, che balbettava per la paura, con la dentiera che gli si staccava di continuo. La moglie, nota per la sua inarrestabile loquacità, era un cencio bianco, immobile e senza parole, a dimostrazione che l’impossibile non ha limiti.
Ma ormai ero vaccinato. E comunque avevo l’aiuto di un “Consiglio di Condomini”, tra i quali c’era un sarto, Silvio, che una sera mi fa: “Popò, ho una barchetta a vela, molto bella, ma mi sto facendo vecchio e la voglio vendere”.
Da sempre ho avuto la passione per il mare.
Ma era così vicino e così lontano.
Per me una barca a vela è sempre stato qualcosa di grande... quelle che a via Caracciolo vedi lontano nel golfo, che sembrano piccole farfalle bianche tra mare e cielo. Oppure quando vai a Castel dell’Ovo: ormeggiate, lussuose, splendenti, irraggiungibili.
“Silvio, così tanto per curiosità, ma quanto è grande?”.
“E’ lunga... due metri e trenta e ha poco più di dieci anni, te la do per 45.000 lire”.
E lo disse pieno di orgoglio.
Gesù, due metri e trenta. E' ‘na vasca da bagno, pensai.
“Popò, vieni a vederla e poi mi dirai”.
Sembrava uno scherzo, ma il richiamo era troppo forte.
Era una lancetta, proprio di due metri e trenta, con una deriva mobile, un alberetto di due metri e mezzo, un boma che a raso di bordo arrivava quasi a poppa, una barra di timone, due remi e un ancorotto con un po’ di cima.
La vela, quasi tre metri quadri, era inferita sul boma e aveva i garrocci da fare entrare nella canalina sull’albero.
Allora conoscevo solo i termini marinari delle mie letture, tutte di mare, ma la mia ignoranza me la faceva vedere ancora più bella.
Anzi, era stupenda! Doveva essere mia!
“Silvio, posso pagartela poco per volta?”.
“Ta può purtà quando vuoi”.
La notte dormii poco e male: era un presagio.
Alle 5 cominciò a squillare il telefono nello studio: si sarà incendiato qualche appartamento, pensai.
Il portiere balbettava, non si capiva una parola: “Ammò incis pe terra... ‘o sparo... o sang... Gesù, Gesù, Gesù…”.
“Pasquale, calmati e cerca di farmi capire".
“Raggiuniè, è muorto... chino e sanghe... sta nterra in miezzo ‘o fabbricato, currite!”.
“Pascà, chi è muorto?”.
“Chillo ro sicondo piano, currite accà!”.
“Hai chiamato la Polizia?”.
“No, io senza ‘e vui nun me movo!”.
“Pascà, vengo subito, ma chiama la Polizia!”.
Quando arrivai, la zona era già piena zeppa di curiosi, una vera colonia in pigiama e vestaglie con i cappotti sopra, in pantofole o con le scarpe slacciate pur di correre. Tutti già a conoscenza dell’accaduto per quel tam tam che a Napoli viaggia lungo i fili dei panni stesi, di vicolo in vicolo, alla velocità della luce.
All’ingresso del palazzo due auto della Polizia con i lampeggianti ancora accesi. Nnll’androne, coperto da un lenzuolo macchiato di sangue, un corpo.
Riuscii a passare e, qualificandomi, parlai con un poliziotto in borghese. Non sapevo il grado, ma in questi casi meglio abbondare: “Ispettore, non ho visto il morto ma Pasquale mi ha detto che è un inquilino del secondo piano”.
“Si tratta del sig. Salvatore Lojacono. E' stato ucciso con un colpo sparato a bruciapelo Cosa può dirmi di lui?”.
“Lo conosco abbastanza bene; veniva sempre alle riunioni, una persona per bene, da qualche anno vedovo e senza figli. Maestro elementare in pensione, ai limiti della sopravvivenza. Per pagare la sua quota dei lavori di ristrutturazione del fabbricato ha concordato con l’impresa una rateazione di tre anni. Poveraccio, chi poteva avercela con lui?”.
“Ragioniè, lei certo è al corrente che qui nel fabbricato abitano elementi di spicco della malavita”.
Certo, alcuni condomini erano diciamo poco raccomandabili, ma era come se non facessero parte del fabbricato: non partecipavano alle riunioni, non si vedevano mai, tranne quando uscivano dal garage con le Porsche e le Alfa, quattro o cinque tra una miriade di 500, 600 e 1100.
“Qui - dissi al poliziotto - per la maggior parte sono persone che si guadagnano la vita onestamente e molti di loro stentano ad arrivare a fine mese. Forse il povero Lojacono si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
“Scambiamoci i numeri di telefono… io sono l’Ispettore Mario Scognamiglio”.
“E io Napoleone Esposito”.
Mi guardò strano, forse per un attimo ha pensato che lo volessi sfottere.
Lentamente tornai a casa pensando al povero maestro che non era certo il tipo da immischiarsi in affari poco puliti o da andare girando la notte; poi mi tornò in mente la barca e ogni altro pensiero svanì.
La mia barca a vela! 
Avevo dove metterla; nel cortile nessuno mi avrebbe detto niente.
Il problema era come trasportarla al mare.
Pochi mesi prima, da Antonio Russo, che vendeva macchine usate di blocco, avevo comprato una 500.
Mai sentito parlare delle macchine di blocco?
A Napoli e provincia, a seconda dei periodi, si vedevano in circolazione una marea di auto “targate Nord”, una Regione per volta: un anno la Toscana, un altro l’Emilia Romagna ecc. ecc.
Macchine di blocco!
Il “Blocchista” andava al Nord e comprava da uno sfasciacarrozze 30/40 auto tutte insieme, con i documenti regolari (spero!). La particolarità consisteva nel dover comprare tutto il “blocco”, nel quale c’erano macchine scassate che si potevano riparare e macchine scatasciate che si potevano solo “impupazzare”.
Tornato a Barra, Russo scaricava il tutto da Nicola, il carrozziere, e dal fratello Gennaro, il meccanico.
E questi due operavano il miracolo: in un mesetto o poco più il “blocco” fioriva a nuova vita: auto lucide e splendenti che venivano dal Nord, dove, si sa, le strade sono sane e le macchine vengono tenute molto meglio.
Russo, poi, vendeva quelle in grado di campare ancora qualche anno ai suoi clienti, tra i quali io che ero il suo Ragioniere, e quelle “impupazzate” a qualche “pollo” di passaggio.
L’arte di arrangiarsi della mia gente, forse al limite, forse un po’ oltre...
Comunque, il giorno dopo andai da un altro mio cliente che aveva una piccola officina elettrotecnica: tempo tre ore e avevo il mio portabarca di tubolare di ferro (dipinto giallo canarino, solo quello c’era)  pesante una tonnellata e già adattato alla 500.
A ora di pranzo Silvio mi aiutò a caricare il vascello sulla macchina.
“Popò, sei sicuro che le balestre reggono?". Ma lo diceva sfottendo perché, secondo lui, il portabarca pesava più della barca.
Tornando pensavo a quanto fosse strano il fatto che il corpo di Lojacono fosse stato trovato nell’androne: cosa mai poteva aver attirato fuori casa di notte uno come lui? Una vera colomba in un mondo che non era il suo; sempre pronto a chiedere scusa solo perché respirava… e ora non più.
E come mai nessuno aveva sentito niente? 'Mbè, certo, le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo, essenzialmente non c’ero e se c’ero dormivo! Però...
“Devo provare a parlare col portiere”, mi dissi. O, meglio ancora, con la moglie, donna Filumena, femmina di lingua lunga assai. 
“Fatti i cazzi tuoi”, suggeriva, anzi urlava il mio Angelo Custode, “sai quanto ci mettono a sparare anche a te?”.
Niente, era più forte di me!
Scaricata la barca tornai da Silvio.
“Silviù, che ne pensi della faccenda di Lojacono?".
“Che faresti meglio a farti i cazzi tuoi, ma ti conosco… Si, il maestro era proprio una pecora, ma, sai, spesso nella vita le cose possono non essere quelle che sembrano e nu core ‘e pimmice (cimice) in realtà è nù core ‘e liopardo o, peggio, ‘e sciacallo!”.
Non volle aggiungere una parola di più e il nostro colloquio fini col solito caffè nel bar all’angolo.
Però, tra scimmie, pecore, cimici, leopardi e sciacalli, Silvio mi aveva messo… la pulce nell’orecchio.
Ma eravamo ai primi di giugno del 1970 e l’indomani, sabato, volevo provare la barca a mare. Sabato 13, ma io non ero superstizioso, non ancora.
Alle cinque di mattina raggiunsi il Molosiglio e i giardinetti davanti al prestigioso Club Canottieri Napoli, nel mio immaginario l’Olimpo della vela.
Non ero mai andato “a vela”, ero esperto... delle mie letture e avevo i consigli di Silvio, al quale mi ero ben guardato dal confessare la mia ignoranza.
C’era appena una brezza di vento ed il mare era una tavola.
Gelsomina, così l’avevo battezzata, stava con la prua in acqua e la poppa ancora sulla battigia e con la vela nel vento che sbatacchiava leggermente (fileggiare lo imparerò molto più tardi!).
La spinsi in acqua e saltai a bordo.
A distanza di quaranta e più anni ricordo ancora tutto, secondo per secondo, al rallenty: presi il timone, tirai la barra verso di me per fare andare la barca a destra, verso la punta del molo del Circolo. 
E la barca cominciò a avanzare con la vela gonfia, mentre sentivo una lieve brezza venire dalla mia sinistra.
La vela (randa) aveva due cime, fermate una a destra e una a sinistra, che la facevano spostare da un lato all’altro della barca, a seconda del vento e della direzione voluta, ma questo, io, non l’avevo ancora capito.
Quando mi accorsi che andavo troppo a destra, verso gli scogli sotto al circolo, pensai bene di spostare il timone dall’altra parte e la vela prima si sgonfiò e poi si gonfiò al contrario.
Fu allora che con totale incoscienza liberai la cima a destra e... pigliai in faccia la prima bomata della mia vita, finendo in acqua.
Ma il dolore grande fu vedere Gelsomina che se ne andava tranquillamente a scogli con uno scricchiolio che non ho mai più dimenticato.
Corsi verso di lei, bevendo e annaspando, fin quando non misi piede sulla sabbia e sui primi scogli e, mentre Gelsomina si dibatteva tra uno scoglio e l’altro, riuscii come un disperato a calare la vela e a tirare fuori la mia adorata.
Forse avevo più ferite io di lei, ma erano quelle profonde striature nella vetroresina che mi facevano più male. Il timone e la deriva si erano spaccati e ne raccolsi i pezzi.
Era il mio primo (e grazie a Dio, finora, unico naufragio).
Ma imparai presto, sia a riparare la barca che a capire che la vela non si inventa.
 
***
 
Domenica, steso a letto, bevuto il caffè, quello freddo, schifoso, messo la sera prima sul comodino e con la sigaretta in mano, pensavo a Lojacono.
Lì, nel fabbricato come nell’intero quartiere, tutti sapevano tutto di tutti; e tutti, puntualmente e senza rimedio, non sapevano niente di niente.
Sì, domani sarei andato a trovare il portiere.
E cominciai a sorridere: vedevo Pasquale e la moglie Filomena... personaggi tratti pari pari da una commedia di Eduardo. Pasquale, sulla cinquantina, con la “panza” abbondantemente sopra la cinta, la pelata circondata da una corona di capelli neri, neri assai (credo tinti) e lunghi quel tanto da consentirgli un “amorevole riporto”, azzeccati sulla pelata da una abbondante dose di crema lucidissima, a specchio: caro Ispettore Rock e la sua Brillantina Linetti!
Ma la cosa più comica era la dentiera, che, appena parlava, si staccava dal palato e Pasquale la ributtava su con un “colpo di mascella” con un rumore del tipo “auft auft”: una vera foca, tanto per rimanere in ambito zoologico.   
Filomena, magra come un chiodo, brutta come la fame, di età indefinibile ma “femmena cucinera assai” e di lingua ancora più lunga: per la foga di parlare quasi soffocava, non voleva perdere tempo a respirare! 
L’indomani alle 8 e mezza parcheggiai la 500 nell’androne e mi avviai alla scala A, Pasquale e Filomena abitavano all’ammezzato: la portineria al piano terra, una specie di bugigattolo a vetri (quelli con cui si “scontrò” il precedente amministratore!) era sempre vuota, tanto Pasquale non avrebbe mai chiesto a nessuno chi fosse o dove andasse.
In pratica, tutto il suo lavoro consisteva nel distribuire la posta, occuparsi della gettoniera degli ascensori e, essenzialmente, di fare “i servizi” di cui veniva richiesto dai condomini, proprio come nelle commedie di Eduardo, per i quali riceveva la sua brava “mazzetta”.
Avevo la scusa del problema delle 10 lire.
Qualcuno nella scala A fabbricava o si faceva fabbricare (ma non costava di più?!) dei dischetti di stagno che usava al posto delle 10 lire.
E doveva essere lo stesso che ci aveva costretto a cambiare le gettoniere.
Infatti, con le vecchie, bastava bucare la 10 lire, legandola a un sottile filo di spago, infilarla nella gettoniera e ritirarla una volta partito l’ascensore.
Mi sono sempre chiesto dove saremmo potuti arrivare se la genialità dei miei conterranei fosse stata indirizzata per il meglio. Boh?!
“Carmelì, nata vota a piscià sotto a scala!”
La donna delle pulizie, in piedi e a gambe larghe sotto la prima rampa di scale, con i piedi in un laghetto...
“Maronna mia, Raggiuniè, m’avite spaventata!”
“Carmè, ma lo vuoi capire o no che non puoi pisciare sotto la scala, che poi puzza e gli inquilini si lamentano”.
“Amministratò, io poi pulizzo e qui non puzza niente. Voi ‘o sapite ca so incinta e ogni tanto devo pisciare, ma nisciuno ‘e sti fetienti mi fa trasì dint’  ‘a casa soia. C’aggia fa?!”
“Carmé, non puoi pisciare per terra, incinta o non incinta. Te ponno licenzià”.
“Sì, licenzià! A mme!! Amministratò, ma vuie fusseve pazzo? Cu rispetto parlanno! Vuie site stato o primmo ca ma mise a posto cu ‘e marchette! Io a sti fetienti ‘e tengo pe’ ppalle cu tant’anni ‘e contribbuti non pavate”.
“Vabbè, pulisci a terra e le prossime volte vai al bar di fronte. Se qualche condomino ti dice qualcosa, dici che ti ho autorizzato io”.
Salii le prime due rampe.
“Signò, buongiorno”, mi aprì la moglie, “Don Pasquale è in casa?”.
Domanda inutile, ma necessaria a mantenere l’apparenza per l’ ”uomo” di casa.
“Raggiuniè, accomodatevi, ca v’appriparo ‘o cafè. Mo ve chiammo subbito ‘a Pascale: sapite, sta ancora male, nun riesce ‘a digerì manc’ ‘o brodo. Raggiuniè, vulite sta a pranzo cu nuie? Mo però vi porto primma ‘o cafè. Assettatevi... accomodatevi... vi metto ‘na seggia fore ‘o terrazzo o preferite ‘o salotto?”.
“Maronna mia, chesta non se ferma cchiù”, e sorridendo tra me e me pensai alla famosa “cucchiaiata ‘e cavece”. 
La “cucchiaia” è l’attrezzo che il muratore usa per gettare (con un preciso e non facile movimento del polso) la calce sul muro per poi stenderla; la “cavece” è appunto la calce. E la “cucchiaiata ‘e cavece” è il sogno inappagabile di ogni uomo nei confronti di una moglie, fidanzata, o suocera logorroica, diritta in bocca a fermare il fiume in piena!
“Raggiuniè, buongiorno, cumme state?”. Pasquale, panza e presenza… in canottiera, si sedette al tavolo “buono”, quello del salotto.
“Pascà, come va la faccenda delle 10 lire; sei riuscito a capire chi è che usa i gettoni?”.
Pasquale, nell’ordine, diventò rosso, poi più rosso, si emozionò e cominciò a sorridere; la felicità lo pervadeva.
“Sissignore! L’aggio fottuto, auft auft (focheggiava), chillu fetiente ‘e merda, auft auft: è Piscopo Antonio, chillu do settimo piano ca tene l’officina. Aiere ssera, auft auft, aggio svacantato ’a gettoniera appena è trasuto ca machina ind ‘o garage. Doppo che è sagliuto aggio chiammato a Piro, ‘o Cunsigliere, e avimm aperto ‘a gettoniera, auft auft, e ce steva solo nu gettone!!”. Auft, auft…
Prima o poi glielo devo dire che hanno inventato il mastice per la dentiera!
“Bravo a Pasquale, stasera lo chiamo a casa. Hai il numero, vero?”.
Entrò donna Filomena col vassoio del caffè e un piatto pieno di biscotti.
Pigliai la palla al balzo.
“Donna Filumè, che ne pensate della morte di Lojacono?”.
“Raggiuniè, io song una ca se fa ‘e fatti suoie... non saccio niente di niente. Chillu, Lojacono, ‘o sapite, insegnava ‘a scola elementare Barbato, chella nova, al Rione Bisignano. E po’ cercava di abbuscà quaccosa ‘e denar cu ‘e lezioni private ‘e violino; sì, ‘o maestro Lojacono sapeva sunà ‘o violino; anzi, tanti vvote s’appiccicava co chillu do piano ‘e sotto: lle reva fastidio ‘o suono do violino; na vota venettero ‘e mmane o, per meglio dire, ’o maestro s’abbuscai nu paro e paccheri ‘e sustanza. Ma fernette là; poi Esposito (si chiamma comme a vuie!) iette in galera e Lojacono accumminciai n’ata vota cu ‘e lezioni private. Certo, mo’ Esposito è asciuto ‘e galera…”.
Un fiume in piena e io lo lasciavo scorrere.
“Filumé, fatte ‘e cazz tuoie, auft auft auft”.  
“Pascà, chillu ‘o Raggiuniere è persona nosta…“.
“Raggiuniè, io mo’ nun saccio niente ma Lojacono a mme me sempre paruto nu poco streuzo; pare nu cane bastunato e tene sempre l’uocchie vasce; nun me cunvince…”.
Gli animali aumentavano!
“Donna Filomé, ma perché Esposito andò in galera?”.
“Chillu è geloso pazzo da mugliera, a sapite chella chiattona bruna?”.
L’avevo vista la “chiattona” bruna; nu pezzo ‘e femmina bona assai, altro che grassa!
“Mbè”, continuò Filomena, “qualche anno fa Esposito accumenciaie a pensà che sa faceva cu nu studente che abitava int ’a scala B; vuie non ci steveve ancora. Nu bellu iuorno ‘o studente è fernuto ‘o spitale e mmo’ cammina ca seggia ‘a rutelle. Esposito, che teneva parecchi precedenti, fernette in galera; sa fatto nu paro d’anni, cchiù o meno”.
“La Polizia ha finito con l’appartamento di Lojacono?”.
“Non ancora. E’ venuto pure ‘o frate da Frattamaggiore; pare ca tenesse sulo ‘a isso comme parente stretto. Raggiuniè, su, restate a pranzo cu nuie...”.
“Grazie donna Filomè, ma ho già un impegno”.
Mentre scendevo le scale, pensai che non avevo fatto nemmeno un passo avanti.
Tornato a casa, chiamai in Commissariato e chiesi dell’Ispettore Scognamiglio.
“Ispettò, sono Napoleone Esposito e, se possibile, vorrei pigliare un caffè insieme”.
“Raggiuniè, proprio a voi pensavo. Va bene alla mezza, ma a Napoli; va bene alla Pasticceria Fiorentina?”.
“Ottimo, a più tardi”.
 
***
 
“Dottò, lasciate in doppia fila cu ‘e chiavi aint ca ce pienz’io”, fece il parcheggiatore abusivo a via Sanfelice, proprio vicino alla Pasticceria Fiorentina.
“Guagliò, 'a machina è targata Modena ma io song ‘e Napule…”.
“Aggio capito, venite accà, ca a putite chiurere”. E mi liberò un posto accanto al marciapiede.
Chiarito l’equivoco che mi sarebbe costato la macchina, entrai nella pasticceria.
“Caro Ragioniere, come state?”
L'estrema gentilezza dell’Ispettore Scognamiglio era quanto meno sospetta; cosa voleva da me? Io da lui volevo informazioni, senza che se ne rendesse conto.
“Caro Ispettore, bene e spero lo stesso di voi”.
Due sfogliatelle ricce e due caffè, un rito da consumare in silenzio.
“Ragioniè, vengo subito al dunque: l’assassino di Lojacono abita nel palazzo che amministrate e io ho bisogno del vostro aiuto per arrestarlo, perché è un tipo molto pericoloso e non voglio correre più rischi del necessario”.
“Svelato l’arcano”.
“Scusatemi, ma di chi parliamo? Per carità, non voglio entrare nei fatti vostri e vi dico subito che sono a disposizione, ma la curiosità…”.
Scognamiglio rimase in silenzio per quasi un minuto, forse si chiedeva se poteva fidarsi.
“Ragioniè, sapete bene che non posso dirvi di chi stiamo parlando... ma vi confesso che, sin da quando vi ho conosciuto, mi siete sembrato uno che sta dalla parte nostra, se mi capite; dopo l’arresto vi dirò quello che volete” e sorridendo “ma vi costerà un’altra sfogliatella e un caffè”.
“Affare fatto. Cosa posso fare per voi?”.
“Lo prenderemo domani all’alba ma vorrei fare il minor chiasso possibile, anche perché, come sapete, nel fabbricato ci sono diverse persone che potrebbero pensare che siamo lì per loro. Mi occorrono le chiavi dei cancelli pedonali e di quello carrabile, ma non voglio chiederle al portiere, sennò dopo cinque minuti ‘o ssape tutto il condominio”.
“Ah, Ah, Ah... scusatemi Ispettò, non rido certo di voi. Ma da quanto tempo non fate una retata di notte nel mio palazzo? Perché vi sareste risparmiata la fatica di venirmi a cercare le chiavi. I due cancelletti pedonali sono bloccati aperti, mentre la serratura del cancello grande... serviva a qualcuno e da tempo è sempre aperto”.
“Perché vi sembra così comico?” mi fa l’Ispettore.
“Se avete il tempo di un altro caffè, faccio ridere anche a voi”.
E, fatta l’ordinazione, continuai: “Dovete sapere che all’ultima riunione, un mesetto fa, l’assemblea decise di farli riparare. E mo’ viene il comico! Il precedente Amministratore, quasi due anni fa, aveva già affidato il lavoro a ‘nu ferraro che abita sul ponte di S.Giovanni e gli aveva anche dato 30.000 lire di acconto, ma questo non si è più visto. Allora, dissi all’assemblea che era meglio rivolgerci a qualcun’altro. Ma Guglielmo Piscopo, quello… delle sigarette, prese la parola”.
“Brutta pezza ma ancora per poco” m'interruppe Scognamiglio “è ‘nu guappo della vecchia generazione e gli è rimasto solo il contrabbando delle sigarette; comunque nell’ambiente conta ancora”.
“Credetemi, Ispettò, sembrava il Sindaco del Rione Sanità; mi pareva di vedere Eduardo De Filippo. Era uscito dal gruppetto di condomini e si fermò panza e presenza in mezzo all’androne, tra loro e il mio tavolino; guardava loro e guardava me, come se aspettasse un applauso”.
“Mo ce pienz'io! Amministratò, dimane ammatina venite cu’ mmico addò ferraro, ca verimmo si vvene o no!”.
“E qui arrivò l’attesa ovazione dell’assemblea e i ringraziamenti al grand’uomo! Io, invece, a dire la verità ero un po’ perplesso e anche preoccupato. Non mi andava certo di andarmene in giro con quel tipo e, peggio ancora, non avevo idea delle conseguenze di un incontro che non si preannunciava tranquillo. Il giorno dopo, alle dieci e mezza ci apriva la porta una delle due mogli del ferraro. Una casa di tre stanze, sporca da fare schifo. L’altra moglie, bionda questa, stava ancora nel letto. Il ferraro, ‘na specie di armadio a tre ante, in canottiera e mutande sorseggiava il caffè. Don Guglielmo, messa la “panza” avanti, lo apostrofò con fare guappesco che bisognava concludere il lavoro o doveva restituire i soldi presi. Mo’ finisce a mazzate, pensai, e invece Gennaro, ‘o ferraro, non si scompose più di tanto e chiese un altro acconto. Voi non ci crederete, ispettò, ma Don Guglielmo mise mano alla sacca e gli diede altre 30.000 lire dicendogli che l’aspettava la mattiva appresso al condominio. Ah, Ah, Ah, sta ancora aspettando e non so come andrà a finire, ma non mi riguarda. Quindi, domani avete accesso libero”.
Era già passata da un pezzo l’ora di pranzo ma non avevo fame, colpa della sfogliatella.
Pensavo alla mia povera barca ferita.
Sotto il ponte di S.Giovanni c’erano alcuni locali ricavati tra le arcate, diciamo un po’ abusivamente, chiusi da un lato a muratura e, dall’altro, da una robusta porta in ferro; in pratica, quattro o cinque tunnel lunghi una quindicina di metri e larghi quattro/cinque. In due di questi tunnel, adiacenti, c’era una rimessa di barche con l’officina per i motori fuoribordo. Come al solito, non riuscii a farmi i fatti miei, per cui rischiai di essere cacciato a calci, se non peggio; ma come spiegare che ancora oggi sono innamorato di quella arte finissima della mia gente che riesce a disperdere la sua indiscutibile genialità in applicazioni certamente disoneste ma assolutamente uniche. Insomma, stavo a bocca aperta innanzi all’ingresso, fissando con indebita curiosità il grosso cavo elettrico che, ben dissimulato, “scendeva” da un lampione all’interno dell’officina. E poi una conduttura dell’acqua che usciva da un tombino, sagomato ad arte, per entrare anch’essa nel locale.
“Chi cazzo sì e che cazzo vuò”, mi riscosse la voce dì una specie di topo troppo cresciuto, un metro e mezzo di naso, senza mento e con gli incisivi sporgenti; poco ci mancava che squittisse.
“Gesù”,  pensai, “Pure ‘e pulece (pulci) tenene ‘a tosse!”.
Ma Topastro aveva alle spalle compagni di lavoro che gli consentivano questo e altro.
“Bongiorno, scusateme, nun ve vulevo… ero sulo… ‘o saccio ca song sempe troppo curioso...” dissi accentuando la mia napoletanità per far capire che non ero lì per contestare i loro “contratti” per la luce e l’acqua. “Sapite, song l’Amministratore do palazzo ‘e Don Guglielmo e guardavo… diciamo professionalmente, ma sto ccà per la mia barca”.
“Ah, site 'o raggiuniere Esposito?! Trasite!”, squittì il Topastro.
Ero famoso e non lo sapevo. Certo, avrei preferito che l’improvvisa cordialità non fosse dovuta a Don Guglielmo, ma da un bel po’ avevo imparato a conoscere il “sottobosco” nel quale operavo tutti i giorni e la sua “cultura” così particolare.
Scambiati i convenevoli e preso l’immancabile caffè, vennero addirittura a prendersi la barca con la promessa che me l’avrebbero restituita nuova venerdì pomeriggio, il tutto per 15.000 lire.
Ero al colmo della felicità, manco avessi pigliato un terno, così decisi di andarmene a spasso per il resto della giornata.
Dovevo imparare ad andare a vela; l’istinto mi portò di nuovo ai giardinetti del Molosiglio.
Il cancello del Circolo Canottieri era aperto e, dentro, c’erano una quindicina tra ragazzi e ragazze che sistemavano attrezzature e portavano in un deposito delle barchette, addirittura più piccole della mia, tutte uguali: erano degli Optimist, come imparai appresso.
Una scuola vela!
Come entrare in quel mondo fatato di cavalieri del mare?
Centinaia i cavalli nascosti sotto i lucenti cofani e una vera foresta gli alberi senza foglie che dondolavano pigramente nella brezza della prima sera, in attesa di vivere nuove e inimmaginabili avventure tra le onde, con donne meravigliose e sempre disponibili…
Popò, svegliati e chiudi la bocca che c’entrano le zanzare! E che diavolo, sono gli anni 70, non siamo più nel secolo scorso; adesso vai a chiedere informazioni con un po’ di… albagia. Mi era venuto in mente “Miseria e Nobiltà” di Totò.
Parcheggiai lontano da ogni vista il mio “cinquino” con il portabarca giallo ed entrai.
Il Segretario del Circolo, con estrema cortesia, mi spiegò che la scuola era riservata ai Soci  e che per diventarlo necessitava la presentazione di almeno due di loro e una retta annuale, e qui mi guardò con un po’ di sufficienza o almeno così mi parve, di 300.000 lire.
“Eccoti sistemato Popò, dove credevi di avviarti, raggiuniè!” mi gridò in testa quel gran figlio di puttana del mio io, quello che proveniva da Casale di Principe, povero e complessato.
Lo stomaco si era chiuso del tutto.
Tornai a casa e me andai a letto con le mie stelle, i pianeti, gli eroi e i mostri, tutti chiusi nelle pagine dell’ultimo “Urania”.
Alle 5 il telefono. Stava diventando un’abitudine; una brutta abitudine!
“Raggiuniè, auft auft, raggiuniè, hanno catturato a Esposito, ‘a Polizia, ‘e spari, currite accà!!”.
“Pasquà, va affà… tu, Esposito e 'a Polizia”. E me ne tornai a letto.
Ma ormai ero sveglio, rimasi a letto a pensare e fumare. Mi faceva sempre più schifo il caffè freddo della sera prima: dovevo comprarmi una macchinetta da comodino o alzarmi e farlo fresco, ma non mi mossi.
Scesi da casa verso le nove e mi diressi al palazzo.
Appena entrato, mi chiamò Pasquale: stava di vedetta sul suo terrazzo!
“Raggiuniè, scusateme stammatina, auft auft, ma pensavo ca vuliveve sapè che era succieso”.
“Raggiuniè, accomodateve, v’appriparo subito ‘o café”, s’intromise Filomena, più brutta del solito (ma come aveva fatto?!). “Avivave sta accà stanotte; o farvuest; m’aggio fottuta ra paura; chillu, Esposito, quanno anno sfunnato a porta…”.
“Ma comme signò, la Polizia ha sfondato la porta di caposcala?”, feci io, pensando ai danni al muro condominiale.
“No, no Raggiuniè, hanno sfunnato 'a porta di Esposito (non aveva capito caposcala!), e chillu pe fuì se ghittato abbascio dal balcone incopp ‘o terrazzo nuost e po int’o curtile, ma s’è fatto male ed è rimasto ‘nterra. Ha cuminciato a sparà, ma 'a Polizia ha rispunnuto e sse duvuto arrennere, ca sennò ce lasciava 'a pelle".
Salii le scale pensando a come Filomena potesse sapere tutti quei particolari: mica era stata affacciata durante la sparatoria!
Mi aprì la porta e capii perché era più brutta del solito: si era truccata, forse in attesa dei giornalisti; non si poteva guardare il mascherone. Anche Pasquale aveva il “riporto” più, diciamo, azzeccoso di brillantina.
“No, no Raggiuniè, io stevo stisa 'n terra, quasi annura, futtuta ‘e paura; m'ha raccuntato tutto chillu ro sesto piano, Di Lorenzo. Doppo che s’anno purtato 'a Esposito, so’ scese tutti quanne e molti cercavano a vuie”.
“Signò e io che c’entravo?!” le dissi mentre m’immaginavo il triste spettacolo di Filomena stesa a terra quasi nuda. 
“Raggiuniè, ma vuie site l’Amministratore e ‘o posto vuost era accà, cu ‘e condomini!”.
Lo diceva convinta. E Pasquale focheggiava in approvazione, appena dietro di lei.
In effetti, mi ero reso conto che, in quella cultura, la “benevolenza” di un Don Guglielmo era cercata perché permetteva ai “fortunati” di vivere una posizione di privilegio nei confronti dei loro simili, mentre un Amministratore come me, ragioniere, era quello che conosceva il mondo “esterno”, e li rappresentava con le varie istituzioni, prime fra tutte la Polizia e i Carabinieri, gente con la quale meno si aveva a che fare e meglio era.
Salii al primo piano per vedere quali fossero i danni al pianerottolo e c’era la porta di Esposito aperta e in camicia da notte la moglie, che appena mi vide mi si gettò addosso piangendo.
“Raggiuniere mio, raggiuniere mio! S’anno purtato a Carlo mio; chillo è nnucente! E’ vero ca chillu chiavico ‘e Lojacono doie semmane fa m’aviva rato nu pizzicotto mentre saglievemo ‘e scale… ma nun aggio mai ritto niente a Carluccio, vo ggiuro!” e aprì la vestaglia per farmi vedere il livido sulla coscia. Ma così facendo si calò e la vestaglia si aprì anche di sopra... che spettacolo!
“Chest’ è proprio zoccola!” Me la staccai di dosso, di forza e a malincuore.
“Signò, calmatevi e chiamate l’Avvocato vostro che ci penserà lui”. E rivolto a Pasquale che stava a bocca aperta e col “riporto” di traverso “Pasquà, chiamma ‘o muratore e fa riparà lo spigolo del muro. Alla porta ci penserà la signora Esposito”.
“Raggiuniè, me chiammo Patrizzia, perché non rimanete a pranzo cu mme, accussì m'aiutate ca porta”.
“Guarda come si è ripresa subito la signora”. 
“Signora Esposito, vi ringrazio ma non posso; ho precedenti impegni”. E me ne andai quasi di corsa.
Entrati in casa da Pasquale, Filomena subito: “chella zoccola da chiattona… Raggiuniè stateve accuorto; era essa ca sfruculiava a Lojacono quando nun ce steva ‘o marito, e chillu pover’ommo, sapite cumm’è, era vedovo, e anche ‘na chiattona comme a mugliera d’Esposito…”. E fece una mezza giravolta come a voler evidenziare la differenza di classe e bellezza.
E’ proprio vero che nello specchio ognuno vede quello che vuole.
Da noi c’è un bellissimo detto: “’O fruscià fa bbene a' salute”. Ovvero, pensare di essere meglio di quanto uno sia, specie fisicamente, fa bene alla salute.
Ma “frusciare” è un verbo di impossibile traduzione in italiano perché prevede la necessità di un contemporaneo atteggiamento, sempre diverso, a seconda della qualità di cui ci si “fruscia”.
E, quindi, tutta salute per Filomena.
Lasciai la mia coppia di ineffabili portieri che, mi avevano confessato, davvero si erano preparati in attesa di qualche giornalista, e mi avviai all’Ufficio del Catasto, verso piazza Municipio.
Stavo fermo col "cinquino" sulla via Marina, piena di traffico, strombazzate e motorini che facevano lo slalom tra le auto.
Ogni poco facevamo qualche metro.
Tra una fermata e l’altra mi affiancò un pullmino Wolkswagen con scritto sullo sportello “Scuola Nautica Scirocco”. Al volante una ragazza e a traino un carrello con sei di quelle barchette che avevo visto nel Circolo Canottieri.
Non ci pensai due volte e cambiai corsia, mettendomi davanti a lei.
Dopo il semaforo, all’incrocio con il Corso Garibaldi, il traffico si diradava un poco, consentendo una maggiore velocità.
Ben attento che il pulmino mi seguisse, accelerai e poi frenai di botto!
Ovviamente l’urto fu inevitabile e manco tanto lieve, povera 500 mia, e finii anche con la testa nel parabrezza.
Il peggio lo ebbe il pulmino, o meglio il carrello che, traversato, scaricò sulla strada e sul marciapiede di sinistra, quello di separazione dalla corsia del tram, due barchette con albero, boma e quant’altro.
Con la testa che mi faceva veramente male, scesi e diedi vita alla mia sceneggiata.
 
***

Una sirena bruna e assai incazzata si avvicinò al cinquino.
“Mi spieghi, razza di ritardato, perché hai frenato di botto, senza motivo?!".
Dio se era bella: alta poco meno di me, capelli lunghi, neri, lisci, occhi grandi, neri e rabbiosi e poi il resto, il resto… e mi dava del tu!
Tu… ritardato, ha detto, idiota!", intervenne subito il mio solito io paesano e morto di fame, ma non mi lasciai intimidire da lui.
“Ben gentile, non hai visto il gatto che mi è schizzato davanti?", dissi mantenendomi la fronte con la mano.
“Adesso ti accompagno all’ospedale”.
“Ma neanche per sogno; è solo una bottarella...”.
“Sì, così dopo mi freghi con la denuncia”.
“Ma per chi mi hai preso? Io faccio l’investigatore e sono ‘na persona seria”.
Mi era uscito fuori così, senza pensarci: investigatore è certo meglio di raggioniere con due “g”, come ero io.
Intanto le macchine dietro di noi strombazzavano senza pietà.
“Picceré, spostiamoci di qui. Adesso ti do una mano a rimettere a posto il carrello e le barchette”.
“Piccereeè?! Mi hai chiamato picceré!” E mi guardava più incazzata di prima.
“Si, va bene signorina, mi scuso. E ora, se non le dà troppo fastidio, credo sia il caso di liberare la strada. Mi consente di darle una mano?”.
Nel frattempo era arrivato anche il tram: si era fermato per tutto l’armamentario che era finito sulle rotaie. E ci dava dentro con il ding ding ding. Come gli piaceva!
Senza dire altro cominciammo a raccogliere i vari attrezzi dalle rotaie.
Poi fu la volta dei due Optimist. Non avevano subito danni, qualche graffietto qua e là.
“Oddio, guarda come si è ridotto il pulmino! Il paraurti è tutto ammaccato”.
“Ma se si tiene insieme con la vernice!”. Dire vecchio era poco.
“Ben gentile anche lei, milord”, mi fulminò con un balenio. Non avevo mai visto dei fari… neri!
Il cinquino stava parecchio peggio; oltre alla ammaccatura del paraurti e del cofano posteriore, aveva avuto danni anche al motore e non si ingranavano le marce.
“Bestia che sei, ti eri dimenticato di avere il motore là dietro!! E mò?!”.
“Il cinquino non va. Temo di avere problemi al motore”.
“Anche i miei sono gravi, anzi di più: non sono assicurata. Ed è solo la seconda settimana che lavoro alla Canottieri. Tra mezzora ho lezione e se la salto...”.
“Mi dia solo le generalità e il numero di telefono, e poi scappi. A me ci penso io!”.
“Smettila di fare il buffone con il “lei”, mi chiamo Nadia Piccolo, abito a via Alessandro Volta, nelle case dell’IACP, e il mio telefono è 222148. Dammi il tuo”.
“Io Napo Esposito, il mio numero è 246484”.
“Grazie, grazie ancora, non ti preoccupare ti farò riparare la macchina, te lo prometto”.
“Ma che fai alla Canottieri?”
“Sono istruttrice di vela e insegno ai bambini... ma Napo è un diminutivo?”.
“Sì, di Napoleone”.
“Ah Ah Ah, ti chiamo stasera mio imperatore!”.
Quant’era bella!!
Sei proprio una carogna, un bastardo!”, mi interruppe il mio io.
"No! Song nu strunz! Mi ha salutato e ciao. E mo chi la vede più! Quella non è assicurata e il numero di telefono sarà fasullo; figurati se tra cinque minuti si ricorda ancora di me".
Perlomeno riuscii a zittire la mia coscienza e attraversai per cercare un telefono e chiamare Nicola, il carrozziere, per farmi trainare.
Sera tardi, stanco; avevo appena finito di cucinare uno schifo di risotto - odio cucinare! - quando squillò il telefono.
“Sarà Pasquale, guai in arrivo...”, pensai subito.
“Esposito”. Imitavo Perry Mason quando rispondevo al telefono. Esposito non era proprio la stessa cosa, ma...
“Ciao Napo, come te la sei cavata?”.
Le gambe molli, ma mi ripresi in tempo.
“Ciao Nadia, tutto a posto, l’auto è già in carrozzeria… e tu sei arrivata in tempo?”.
“Sì. Senti, se mi dai l’indirizzo della carrozzeria ci possiamo vedere lì domani”.
Ho sempre odiato la televisione, ti impedisce di sognare; così dopo cena partivo per i miei pianeti lontani, ma quella sera non ci fu verso: continuai a rigirarmi nel letto fino alle ore piccole.
Finalmente arrivò l'ora dell'appuntamento dal carrozziere. Nadia parcheggiò il pullmino contromano e io non mi decidevo a mollare la mano che mi aveva dato.
Uscì Nicola: “Popò, vieni a vedere che disastro la tua 500!”.
Un’occhiata divertita. “Popò?! Ti ha chiamato Popò!! Ah ah ah”.
Volevo morire, anzi ammazzare Nicola.
“Gli amici mi chiamano Popò, altro diminutivo, secondo loro, di Napoleone”.
“Ah ah ah ah, scusami, non rido di te, ma è bellissimo… Popò Esposito investigatore, ah ah ah. Posso chiamarti anche io Popò?”.
Nicola stava tra il mortificato e il divertito.
“Nicò, t’anna accirere, guarda un po’ il pullmino della signorina; devi mettere a nuovo quel paraurti”.
“No, no, lascia perdere” disse Nadia “sono qui per accordarmi col carrozziere per i danni alla tua 500”.
“Song assai”, fece Nicola, “‘o motore s'è spustato annanze!”
“Nicò, statte zitto e dà nu sguardo al pullmino!”
Quindi a Nadia “Ti propongo un altro tipo di accordo, diciamo… in natura?”.
“Signor Napoleone Esposito, hai capito male!”. E i fari neri cominciarono a lampeggiare.
“Anche tu! Io ho una piccola barca a vela ma so distinguere a malapena la poppa dalla prua. Mi dai un po’ di lezioni? Questo ti volevo proporre...”.
Rimase zitta un bel po’, anzi troppo.
“Mo mi manda a…”.
“Sta bene, ma tu farai la persona seria?”.
“Giuro! Nicò, acconcia il paraurti della signorina; nuie ci iammo 'a piglià nu cafè”.
Il sabato dopo, alle dieci, al Molosiglio, Nadia rideva a crepapelle guardando la mia Gelsy.
“Ma dove l’hai presa? Vabbè, anima e coraggio”.
 
***

Non avevo avuto il coraggio di invitarla fuori per il sabato sera e me ne stavo mogio mogio a casa dandomi del coglione e anche peggio, quando squillò il telefono.
Mi precipitai “Pronto, Nadia…”.
“Ragioniè, sono Scognamiglio… mi rendo conto che avreste preferito Nadia ma vorrei parlarvi, domani va bene?”.
“Alle dieci alla Fiorentina?”.
“A domani”.
Stavolta le sfogliatelle le prendemmo “frolle”.
“Siete venuto a pagare il vostro debito?” feci io pensando alla promessa di raccontarmi tutto dell’omicidio di Lojacono.
“Magari. Invece non è stato Esposito, e per poco chillu strunz non si è fatto ammazzare per cercare di fuggire; chissà cosa ha da nascondere...”.
Ma perché l’avete scagionato?”.
“Lojacono è stato sparato con una vecchia Beretta calibro 22. Un colpo a bruciapelo, all’inguine, che ha reciso l’arteria femorale. Deve aver sanguinato comme a ‘na funtanella ed è morto dopo pochi minuti; ma l’assassino deve per forza essersi sporcato, anche tanto, perché sicuramente gli avrà impedito di urlare. A casa di Esposito, però, non c’era una sola traccia di sangue e non è possibile che sia riuscito a pulire tutto in così poco tempo; anche sui suoi vestiti e su di lui non c'erano tracce. Non abbiamo trovato la Beretta calibro 22 che ha ucciso Lojacono e la pistola di Esposito, quella che ha usato contro di noi, è una calibro 38. Ovviamente nessuno ha visto o sentito niente. Insomma, siamo punto e a capo”.
“Ispettore, non credo mi abbiate invitato qui solo per raccontarmi che Esposito è innocente. Vi serve una mano o sbaglio?”.
“No, ragioniere, non vi sbagliate. Io penso che l’assassino abiti nel fabbricato e lì voi potete allungare occhi e orecchie senza destare sospetti; io no”.
“Cosa avete trovato in casa Lojacono?”.
“Niente di interessante, ma quella che abbiamo passato al setaccio è stata la casa di Esposito, senza ricavarne niente”.
“Da Lojacono non ci hanno perso tempo!” pensai.
“Caro Ispettore, l’idea di fare la “spia” non mi piace per niente; d’altra parte un pover’uomo è stato ucciso e bisogna pure che l’assassino paghi… terrò occhi e orecchi aperti, ma solo riguardo a Lojacono; non faccio il vostro informatore, sia chiaro”.  
“Non intendevo offendervi. Anzi, se me lo consentite, diamoci del tu”.
“Con piacere”.

***

Niente quadrava. Cosa mai poteva aver visto Lojacono nel condominio che già non si sapesse in giro da tempo: contrabbando, prostituzione, ricettazione… niente che potesse giustificare un omicidio e poi proprio di Lojacono, un modesto professore che arrotondava con le lezioni di violino.
Volevo dare un’occhiata a casa sua, ma come fare!?
“Mo me la compro!”.
Stavo salendo dal portiere quando mi bloccò la signora Criscuolo, quella del settimo piano che scendeva a piedi.
“Raggiuniè, meno male che state ccà; stevo venenno addù vuie. Io nun ne pozzo cchiù ca pirata dell'ottavo piano!”.
Si riferiva alla signora con la benda nera sull’occhio, quella dei capodanni estremi.
“Signò, scusateme ma vaco ‘e pressa!”.
“Ma raggiuniè, io nun campo cchiù da quanno chella pazza se misa ad allevà ‘e galline ncopp ‘o  terrazzo. Comme arapo nu balcone trase nu fieto ‘e mmerda ca nun putite immaginà!! Vui l’avita fa ‘na raccumandata!”.
“A chi, alle galline?”.
La signora mi guardò strano; pensava, giustamente, che la stavo sfottendo. Ma come potevo farle capire che non avevo il potere di combattere l’inciviltà di quella dell’ottavo piano? La Pretura, il Comune e tutti gli enti ai quali l'avevo denunciata per cose gravi come la bomba carta, non avevano mosso un dito. E ora la andavo a denunciare perché alleva le galline?!
“No signò, non vi sto sfottendo, ma cerco di farvi capire che forse sarebbe più efficace una lettera alle galline. Comunque la lettera alla signora ve la scrivo".
“Avite raggione, raggiuniè. Grazie lo stesso”.
Finalmente bussai a casa di Pasquale che mi aprì, al solito, in canottiera; stava pranzando.
“Pascà, stai mangiando, vengo più tardi”. E feci per andarmene.
Seguì un urlo belluino:
“Raggiuniè, Raggiuniè, trasite e assettateve ‘a tavola cu nuie; che piacere, facitece st’onore, venite, assettateve, trasite, che piacere…”.
Se non entravo, Filomena non la finiva più.
“Grazie signò, ma ho già pranzato; comunque accetto volentieri un bicchiere d’acqua”.
“Eh sì, nu bicchiere d’acqua... raggiuniè, mo ve rongo nu bellu bicchiere ‘e vino de parti mie, pare ciucculata…”.
“Sì a Nutella! Chissà perché i miei paesani quando vogliono dire che il vino è buono lo paragonano alla cioccolata, mah”!
“Pascà, dimme ‘na cosa: che ne vuole fare il fratello della casa di Lojacono?”.
“Eh, Raggiuniè, auft auft, chillo ‘a vulesse vennere. Ma chi s’accatta ‘na casa addò c’è stato ‘nu muorto acciso, auft auft?!”.
“Quando mangia è più pericoloso” pensai “Se gli vola la dentiera nel piatto, vomito la sfogliatella”.
“Io per esempio” risposi.
“Ahhhhhhhhhhhhh, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù che gioia che m’avite dato, raggiuniè. Oh maronna mia o maronna o maronna o maronna...”.
Filomena sembrava la sirena dell’Italsider a fine lavoro.
Il solo pensiero di comprare sul serio la casa di Lojacono mi faceva rizzare i capelli e venire la pelle d’oca.
“Mbè signò, qualche liretta l’ho messa da parte, e con l’aiuto da Banca… Però vorrei darle un’occhiata: per caso avete voi le chiavi?".
“Sì, auft auft, mò ve ‘e piglio”.
“E io v’accompagno, raggiunie”.
“No, signò, non vi disturbate, vorrei guardarmi le mie cose con calma”. E agguantai le chiavi da mano a Pasquale pigliando l’uscita prima che Filomena avesse qualche altra idea strana.
La casa di Lojacono era tenuta più che bene, benissimo; solo tre stanze, cucina grande e bagno, ma pulita e in ordine.
Misi dei guanti di lattice, credo senza necessità, ma mi stavo immedesimando: Popò Esposito Investigatore!
Ovviamente, attaccai con la camera da letto, facendo bene attenzione a rimettere tutto a posto. Niente di interessante, la stanza era in perfetto ordine; solo il parato era, come dire, graffiato in più parti e c’era una sedia rotta, di quelle “napoletane” con la paglia di Vienna.
Lo studio del maestro era pieno di libri di musica, poggiati sulla scrivania, sulle sedie e anche per terra; su una mensola a giorno c’era il suo violino.
E c’era una grande libreria a tre ante a vetri. Stranamente, però, i libri di una delle mensole in alto erano… più fuori degli altri.    
Recuperai uno sgabello in cucina, e dietro ai libri trovai una specie di doppio fondo, molto ben fatto e dentro un faldone.
Seduto alla scrivania guardavo perplesso le foto; evidentemente tutti suoi allievi e allieve - di più quest’ultime - ritratti mentre suonavano il violino.
Erano foto del tutto normali, perché tenerle nascoste?

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